IL CAPPELLANO DEL CARCERE

Smontano il sistema penale minorile

Anche il prete è un cittadino e può giudicare la pretesa governativa di presumere la capacità del minore quattordicenne (invece che a 18 anni) accusato di reati

Tra i provvedimenti approvati dal Consi­glio dei ministri del 23 luglio 2026,il di­segno di legge sulle modifiche in materia di imputabilità del minore è quello che ha provocato le reazioni più forti. Di cosa si tratta nello specifico?

Il provvedimento interviene sull’articolo 98 del codice penale, introducendo una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al mo­mento del fatto di reato, abbia compiuto 14 anni e non ancora 18 di età. Di fatto, non cambia la soglia minima di punibilità fissata a 14 anni, ma viene introdotto un cambiamento di metodo: se finora la capacità del mi­nore doveva essere verificata dal giudice, con la rifor­ma, invece, la capacità si presume e dovrà essere la dife­sa del minore a dover dimostrare il contrario.

Questa inversione di metodo pone il minorenne autore di reato sullo stesso piano dell’adulto, venendo meno a tutte quelle forme di tutela che le leggi interna­zionali hanno garantito nei confronti dei minorenni. Dalla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo a quan­to stabilito dalla Direttiva Ue 2016/800 che impone a tutti gli Stati membri tutele ferree circa la valutazione del minore autore di reato, è sempre ribadito l’accerta­mento tempestivo della personalità del minore onde evitare traumi ulteriori nei ragazzi arrestati.

Finora, nel Diritto penale minorile, l’accertamen­to della responsabilità non dipende dal reato commes­so ma dall’età e dalla maturità del giovane. È il giudice che deve valutare se il ragazzo è in grado di compren­dere il disvalore del fatto o meno. Potrebbe non essere più così, nonostante molti Tribunali abbiano già solle­vato dubbi di legittimità costituzionale.

Come si conciliano queste proposte di legge con la Costituzione che impone alla Repubblica di proteg­gere la maternità, l’infanzia e la gioventù? Come rispet­tare le direttive internazionali quando sanciscono che la privazione della libertà per i minorenni dev’esserel’extrema ratioe di durata minima possibile? Già con ilDecreto Caivanodel 2023 si è incrinata la visione della Giustizia minorile in Italia, con il passaggio da un sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabi­lizzazione a un sistema sempre più orientato alla puni­zione e alla repressione.

È proprio su questa visione che anch’io — dal mio osservatorio come cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano — mi ritrovo in disaccordo con la proposta del Governo. Nei miei quasi trent’anni a fian­co dei ragazzi autori di reato, ho sperimentato più vol­te quanto sia importante intervenire prima più che pu­nire dopo. Prima che un adolescente si perda nel vuoto delle istituzioni e di un mondo adulto sempre più as­sente, prima che una storia di marginalità diventi cri­minale, occorre puntare sull’educazione e sulla respon­sabilizzazione, più che sulla sola sanzione.

Abbiamo un sistema penale minorile tra i più collaudati al mondo,creato per rispondere alle esigen­ze evolutive dei giovanissimi e che non mira a punire il ragazzo come se fosse un adulto in miniatura. L’espe­rienza mi insegna che non è con la forza muscolare del­la legge che si disincentivano le condotte criminali, ma è con la paziente cura educativa che si disarmano le co­scienze fragili dei ragazzi. Sostituire la logica educati­va con una visione puramente repressiva allineando il trattamento dei minori a quello degli adulti non miglio­rerà nulla. Il ricorso sempre più diffuso al carcere, oltre che alla mancata funzione di deterrenza, è un passo in­dietro rispetto a quella civiltà giuridica che mette al centro la persona e crede nel suo recupero.

Non sono certo l’unico a pensarla così: critiche unanimi arrivano da parte di giuristi, magistrati mino­rili, avvocati e associazioni per i diritti dei detenuti. Di recente, a seguito di mie dichiarazioni pubbliche, mi è arrivato l’invito da un esponente delle Forze dell’ordine a «non occuparmi di politica e a continua­re a fare il prete». Sono un prete e sono un cittadino: ri­spetto il pensiero altrui ma sento anche la responsabi­lità, dopo anni di esperienza nel campo del penale mi­norile, di offrire un pensiero che risponda fedelmente alla Costituzione e al Vangelo.

La violenza giovanile rappresenta una sfida com­plessa che non può essere affrontata a forza di decreti e dislogan.Occorre, innanzitutto, una purificazione del linguaggio: basta parlare e scrivere di “marana”, “baby gang”, “baby-criminali”! Esistono ragazzi e non categorie; esistono persone che soffrono e che perciò fanno soffrire, non etichette. Affrontare un adolescente prendendo come modello la giustizia de­gli adulti, significa non tener conto della fase di svilup­po identitario che ragazzi di quest’età stanno attraver­sando. Non basta dire «chi sbaglia paga», senza esse­re intervenuti prima che quel disagio di crescita si strutturi in un percorso deviante.

Dagli studi delle neuroscienze sappiamo che la ca­pacità di capire se un gesto è sbagliato, si stabilizza ver­so i 15/16 anni e che il controllo emotivo degli impulsi è immaturo fino a metà dei 20 anni. Fatico a rintraccia­re nelle mie comunità di accoglienza Kayròs e in carce­re adolescenti capaci di agire con ponderata consape­volezza. Quando chiedo il perché dei loro reati, le ri­sposte più ricorrenti sono “rabbia”, “paura”, “solitudi­ne”, “mancanza di riferimenti adulti”: dobbiamo, dun­que, imputare tutto a loro? Dobbiamo pensare che la risposta sanzionatoria sia capace di trasformare la loro rabbia e non di accrescerla? Più che la cella di un carce­re, servirebbe investire sull’ascolto, sulla prevenzione, sul rafforzamento delle reti educative; servirebbero co­munità educanti capaci di sostenere questi nostri ado­lescenti fragili e non soltanto punirli. Un reato in età minorile spesso rimane un’invocazione di aiuto.

don Claudio Burgio da “Vita Pastorale” dell’ottobre 2026

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