Dalla guerra come canone interpretativo della realtà umana all’ermeneutica della relazionalità e dello scambio
Pubblichiamo il discorso tenuto da Raniero La Valle nel convegno promosso da “SMIPS” nella Cappella Farnese del Palazzo d’Accursio di Bologna sul tema “Prima la pace” il 2 ottobre 2026.
“Prima la pace”: questo è il manifesto di questo nostro incontro; che il futuro sia nelle nostre mani ne è il presupposto, e che la politica sia lo strumento per ottenerlo è la nostra opzione.
Ma oggi la politica che gestisce il potere ci appare degradata e impotente, in mano a una ciurma di invasati e, come dice il Papa, di tiranni, mentre la guerra esplode dappertutto, è pervasiva, non finisce mai. La diffusione endemica della guerra porta con sé l’installazione della destra al potere, da Trump alla Meloni, in Ucraina la guerra è la motivazione esplicita per cui le elezioni sono bandite, in Israele porta i coloni e gli ortodossi al potere, in Germania vince la destra estrema, in Europa si perde lo Stato sociale, bisogna riarmarsi, la guerra porta con sé la fine dell’età democratica. Allo stato delle cose si dovrebbe dire che dalla guerra non si può uscire, che la guerra sia la condizione permanente dell’umanità, come del resto diceva Kant, secondo il quale la guerra è secondo natura, la pace invece è un artificio.
Insieme alla guerra, ci sono molte condizioni angosciose del mondo di oggi dalle quali sembra che non si possa uscire, prima fra tutte la crisi climatica, che viene addirittura negata, per cui andiamo incontro alla devastazione fisica della Terra; con il ritorno al genocidio c’è il rovesciamento dell’ebraismo biblico, l’insolubilità della questione palestinese, c’è il suicidio dell’Europa, che vuol fare la guerra alla Russia, c’è l’usurpazione dell’autonomia umana da parte di una Intelligenza Artificiale suprematista e di una Tecnica indiscriminata, c’è l’annuncio delle guerre spaziali, e insomma in prospettiva la crisi del sistema Terra e la fine della storia.
Certamente c’è una lotta contro tutto ciò, ma né la politica, né il diritto, né la scienza, né la religione sembrano offrirci delle soluzioni, per cui oggi erompe con nuova potenza la questione che Heidegger poneva a metà del Novecento: solo un Dio ci può salvare? La domanda cioè se solo qualcosa di straordinario e imprevisto possa riaprire il futuro; e questa è anche la ragione e il titolo del mio libro “Solo un Dio ci può salvare? Lettere eversive”.
Ora in tutte le sfide rappresentate da queste crisi il pensiero umano non è stato fermo, anzi ha fatto straordinari progressi. La storia del pensiero progressista è una storia gloriosa, prima ancora della distinzione tra destra e sinistra, perché ambedue le comprende: in 3000 anni siamo passati dal culto della guerra che Eraclito celebrava come il re e padre di tutti fino al suo ripudio nella nostra Costituzione, poi abbiamo avuto il cristianesimo, nel 1200 siamo arrivati alla Magna Charta delle libertà umane, del 1789 è la presa della Bastiglia, nel 900 ha fatto irruzione la rivoluzione d’ottobre, nel secondo dopoguerra siamo arrivati alla Carta dell’Onu, alla istaurazione della Repubblica, ora siamo a 70 anni dai Trattati di Roma, e 50 anni fa c’è stato il rapporto sui limiti dello Sviluppo del Club di Roma; tra alterne vicende il pensiero progressista è sempre stato capace di pensare il nuovo. Ma oggi siamo a un’impasse, il pensiero è sconfitto, dobbiamo prendere atto con dolore, se non con sgomento, che c’è una crisi, un arresto del pensiero progressista, non siamo capaci di pensare l’inedito, ed anzi stiamo precipitando all’indietro, siamo in piena restaurazione, sono svanite tutte le speranze concepite nell’89, dal fascismo tragico stiamo cadendo nel fascismo mascherato e sguaiato, dall’America faro delle genti siamo alla mercè di una Casa Bianca zimbello delle nazioni, dal mai più del genocidio siamo allo sterminio indisturbato dei palestinesi. e non abbiamo un pensiero che sia capace di portarci a salvezza. Il sistema dell’informazione ne è la drammatica prova.
Dunque la nuova frontiera da superare, prima ancora del fare, è quella del pensiero, il pensiero progressista deve farsi capace di pensare il nuovo, non solo di rimuginare e rivendicare il vecchio, deve trovare e promuovere soluzioni non ancora tentate, pensieri che ancora non sono stati osati. Ciò vale per la democrazia che deperisce, vale per la Palestina, per l’Europa, per la tecnologia, per la difesa della natura.
Dunque anche per la guerra ci vuole un pensiero nuovo. Credo che noi dovremmo cominciare a pensarla in modo nuovo. Anche Il pensiero di guerra era progredito, era arrivato a capire come la guerra fosse non solo un evento possibile, catastrofico e addirittura finale della convivenza umana, ma che fosse diventata una funzione costituente dell’intera società, in qualche modo la sua costituzione materiale, intorno alla quale tutto l’ordine politico e sociale era strutturato; insomma era diventata un sistema, in cui le armi non erano solo lo strumento per la difesa della società, ne erano l’ordinamento. A questa diagnosi era arrivata la lettera ai comunisti che insieme a Claudio Napoleoni e a molti altri scrivemmo al partito comunista che negli anni Ottanta del secolo scorso era in crisi di identità e cercava una nuova strada.
Ora io credo che anche questa diagnosi non basti più, che per uscire dalla guerra essa debba essere pensata in modo radicalmente nuovo. Bisogna chiedersi come mai la guerra nonostante la sua potenza di morte e di dolori, nonostante la perdita di ogni parvenza di giustizia e il suo ripudio da parte del diritto, nonostante la sua recente conclamata uscita dalla ragione, non è stata ancora licenziata, estromessa dalla nostra vita e dalla storia, ma anzi è diventata pervasiva, universale e permanente.
E allora ci può aiutare tornare alle origini del pensiero di guerra, a quella sentenza di Eraclito che già abbiamo citato e che per prima ha pensato la guerra. Lì c’è uno squarcio di verità a cui finora non abbiamo prestato attenzione. Essa dice non solo che la guerra è il re e padre di tutti, cioè che è sovrana e domina tutti e viene prima di tutto, ma che gli uni disvela come Déi, gli altri come uomini, gli uni dichiara liberi, gli altri servi, cioè è una rivelazione, appartiene non alla storiografia, ma appartiene alla gnoseologia, è un criterio di conoscenza. Così io credo che per superare la guerra dobbiamo non più pensarla solo come un evento, che può non accadere, non più come una sciagura che si può evitare, e neanche come il sistema che il mondo si è dato del quale la guerra è la norma suprema, ma è il modo in cui il mondo pensa se stesso e la sua storia, è il codice con cui interpretiamo gli eventi; la guerra non è solo lo strumento ricorrente del governo del mondo, è la sua ermeneutica.
La prova è data proprio dalla politica. Quello che è stato teorizzato e che tutti di fatto riconoscono come il criterio o il concetto del politico, a partire da Carl Schmitt, è che la politica è fondata sulla distinzione tra Amico e Nemico. In bocca ai generali, e non ai giuristi, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi: Da qui nascono l’idea della politica come conquista del potere di una parte contro l’altra, la democrazia come il potere della maggioranza, il bipartitismo, le leggi elettorali maggioritarie, le campagne elettorali come la gogna a cui viene esposto l’avversario, lospoil system, chi vince vince tutto, chi perde perde tutto, da qui viene la concezione della vita internazionale come competizione strategica per l’instaurazione di un unico impero. Ma non solo la politica: molte altre dimensioni della vita umana, anche lontano dai campi di battaglia, sono considerate e gestite come guerra. Basta pensare al capitalismo, inteso come competizione per l’accumulazione e per il profitto, alla sfida per l’eguaglianza intesa come lotta di classe, all’immigrazione denunciata come invasione dello straniero, al pluralismo delle fedi come guerra religiosa, all’identità nazionale, culturale o religiosa come un talismano da difendere fino alla guerra civile, e così via. E anche al di fuori della vita pubblica la guerra è presa come canone ermeneutico degli eventi; il rapporto tra uomo e donna come guerra dei sessi, il confronto culturale e scientifico come una guerra tra scuole, la storia stessa è studiata e insegnata come una successione di guerre.
La novità radicale starebbe nel prendere atto di questa natura della guerra, perché se questo è il modo in cui interpretiamo il mondo, è anche il modo in cui inevitabilmente lo gestiamo e lo viviamo. Se la guerra è la chiave di lettura con cui si comprendono le alterne vicende del mondo, se viene assunta come la vera ermeneutica della storia, come il codice interpretativo che spiega i comportamenti umani, essa diventa anche la regola che determina tutta la vita pubblica, è presa come la norma suprema del mondo. è il criterio con cui il mondo interpreta se stesso, il codice di controllo con cui gli uomini vivono e interpetrano la propria storia.
Perciò bisogna rovesciarla da questo trono ermeneutico, La guerra è infatti la vera torre di Babele, essa impera nel regno della conoscenza prima che nel mondo reale, entra nel confronto tra le lingue, e ora si installa nell’Intelligenza Artificiale.
Rovesciare il pensiero di guerra vuol dire abbandonare e respingere la guerra come ermeneutica della realtà, come chiave di lettura del corso delle cose. e ciò non per utilità o per capriccio, ma perché è un’ermeneutica falsa, e sostituirla con un’altra ermeneutica che invece è vera. Quest’altra ermeneutica è quella dell’unità della famiglia umana, ovvero della relazionalità. La vera intelligenza del mondo riconosce il rapporto interumano, il legame che unisce tutte le cose, che le fa interagire tra loro. La relazionalità del resto non è solo la legge della convivenza umana, è anche la proprietà per eccellenza della fisica, è il modo in cui il fisico Carlo Rovelli interpreta la legge della relatività, che con la teoria dei quanti è la regina della fisica moderna, per la quale le cose non esisterebbero nemmeno se non fossero in relazione tra loro, così come non esisterebbero il mondo e la storia se gli uomini non interagissero, non si rapportassero gli uni agli altri, e nemmeno esisterebbe la politica, che non è il rapporto col nemico, ma, come dice Hannah Arendt, è l’infradel rapporto tra gli uomini, per cui gli uomini sono reciprocamente il “prossimo”, sono, come dice Isaia, quelli della mia stessa carne. E la relazione è anche l’ermeneutica della religione, del cristianesimo; infatti, per i credenti, Dio è in se stesso relazione, secondo la teologia della Trinità, e il suo rapporto con gli uomini è quello dello scambio tra Dio e gli uomini, per cui Dio si scambia con gli uomini, prende il loro posto nell’amore e nel dolore, fin sulla croce, ciò in cui secondo i teologi consiste il messianismo, quello che san Paolo nella II lettera ai Corinti chiamakatallasso, dal verbo grecokattallageine la vulgata latina chiama “admirabile commercium”, e l’italiano traduce come “riconciliazione”, cioè lo scambio tra umanità e divinità, Dio che si fa uomo e l’uomo che partecipa della sostanza divina.
Ecco, se vogliamo uscire definitivamente dalla guerra dobbiamo cambiare ermeneutica, dal criterio dell’alternatività, dell’esclusione e del dominio dobbiamo passare al criterio dell’inclusività e dello scambio, l’altro non come nemico ma come prossimo, e dobbiamo mettere in campo la risorsa che l’umanità ha finora trascurato o negato, e cioè il suo esserecapaxDei, la sua capacità di scambiarsi con un Dio, che facendosi presente nella storia umana “svuotò se stesso” (Fil. 2, 7) facendosi più umano dell’uomo; ed è questo, non un miracolo che irrompe dai cieli, vuol dire che solo un Dio ci può salvare.
E se proviamo a sostituire l’ermeneutica della relazionalità e dello scambio all’etica della guerra e dello scontro, il pensiero progressista può arrivare a pensare il futuro della Palestina non come pulizia etnica o come la soluzione a due Stati, ma come un’unica terra con due popoli riconciliati che vivono insieme, può smettere di chiamare Europa quell’entità deforme che è l’Unione Europa invaghita della guerra ma recupererà l’Europa intera, dall’Atlantico agli Urali come diceva De Gaulle, con l’Inghilterra e con la Russia con i loro valori fondanti, e penserà la vita internazionale non come una competizione strategica per il predominio ma come una vera comunità di popoli costituzionalmente garantita, e la democrazia non come la vittoria del più forte o del più numeroso ma come la casa dei diritti e della pienezza umana per tutti, e l’Intelligenza non come un artificio ma come il tessuto della prossimità di tutti gli uomini e le donne tra loro.
Aquesto linksi può trovare il video di un intervento di Raniero La Valle a Sesto Fiorentino, il 1° ottobre, nel corso dell’incontro promosso da “Il coraggio della pace, Disarma” sul tema: “Oltre le guerre”.



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