L’alienazione causata dal capitalismo come oggi dall’Intelligenza Artificiale. “Come se Dio non ci fosse” e l’ipotesi esclusa
Pubblichiamo il discorso tenuto da Raniero La a Valsamoggia (Bazzano), nella Rocca dei Bentivoglio, a due passi da Marzabotto e dal cimitero della strage di Casaglia, dove riposa Giuseppe Dossetti e la sua comunità monastica della Piccola Famiglia dell’Annunziata ne custodisce la memoria, nella ricorrenza degli 80 anni della Repubblica.
Non si tratta solo di ricordare. Non si può ricordare tutto. La memoria non è ricevere informazioni dal passato, è un fatto attivo, non è solo un prodotto della intelligenza, ma anche del cuore. È questo il rischio della memoria artificiale, ricorda tutto, ma solo ciò che è stato, non può pensare ciò che non è stato ancora pensato. Una memoria solo razionale, senza cuore, non è umana.
La Costituzione è stata scritta dalla Resistenza italiana, da un popolo perciò che ha resistito. Dunque la sua vera fonte sono le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Ma non solo, sono anche le lettere dei condannati a morte della Resistenza europea, altrimenti sarebbe nazionalista. I valori, le ragioni, le speranze per cui essi morivano, e per cui i sopravvissuti hanno combattuto, sono la matrice della nostra Costituzione.
Cito solo due resistenti. Uno è Giuseppe Dossetti. Un resistente che è stato Costituente, e che non a caso è ora sepolto nel cimitero di Casaglia. Di quella strage e delle altre compiute dai nazisti, scrisse, nella prefazione al libro “Le querce di Monte Sole” di Luciano Gherardi, che erano state un delitto castale, nel senso delle caste indiane, perché ispirato dalla ideologia di una diseguaglianza addirittura ontologica, non solo economica nazionale o sociale, tra gli esseri umani: perciò il principio identitario, razzista, doveva essere radicalmente escluso e l’eguaglianza doveva essere consacrata nella Costituzione italiana.
L’altro resistente è Dietrich Bonhoeffer. Lui non poté scrivere nessuna Costituzione perché Hitler lo fece impiccare a Flossenburg poco prima che finisse la guerra, però ha lasciato delle lettere scritte dal carcere, che hanno segnato una rivoluzione teologica e di fatto sono diventate come una Costituzione per le Chiese cristiane passate attraverso la grande tribolazione della Seconda guerra mondiale. Bonhoeffer ci ha lasciato una consegna che vale per tutti noi: “d’ora in poi direte solo ciò di cui risponderete agendo. Non dite e non fate il qualsiasi, ma il giusto”. Un monito che io oggi svilupperei così: sperate solo ciò che cercherete di far accadere agendo.
E oltre che dai resistenti la Costituzione è stata scritta dalle vittime: i 6 milioni di ebrei, i ventisei milioni di russi, i 180.000 giapponesi di Hiroshima e Nagasaki; ma ancora prima i popoli colonizzati, i 16 milioni del genocidio degli Indios in America, i milioni di schiavi con cui si sono costruiti i regni dei ricchi: perciò è sacra. E perciò la Costituzione ha recepito le tre grandi rivoluzioni che la Seconda guerra mondiale ha operato nella prima metà del Novecento.
La prima, è stata il ripudio della guerra che almeno da 3000 anni aveva accompagnato la storia dell’umanità.
La seconda, la fine dell’antropologia della diseguaglianza: non più Romani e Barbari, Ebrei e Gentili, schiavi e liberi, servi e signori, uomini e donne, operai e padroni.
La terza, la fine della sovranità, come “rex superiorem non recognoscens”: i poteri assoluti, ma non solo i fascismi, bensì gli Stati sovrani che rendono assoluta la ragion di Stato, che consacrano i nazionalismi, i sovranismi, l’etica di Stato.
A queste tre rivoluzioni la Costituzione ha aggiunto il principio fondamentale della responsabilità della mano pubblica per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitanodi fattola libertà e l’eguaglianza dei cittadini: e quel “di fatto” si deve a una donna, una partigiana, Teresa Mattei, che facendo valere la concretezza tutta femminile del rapporto con la vita, ha contribuito a far sì che qui si aprisse tutto lo spazio della politica, delle lotte nella società capitalistica, del diritto e della giustizia.
Dunque nel Novecento è cambiato l’intero paradigma della storia dell’umanità. E se questa è la storia da cui veniamo, come stanno oggi le cose? Le cose stanno molto male perché proprio queste tre conquiste fondamentali del Novecento sono rimesse in discussione e addirittura negate.
La guerra è stata normalizzata: dopo tanti decenni in cui abbiamo detto che la guerra non si doveva fare perché, come aveva affermato papa Giovanni nellaPacem in Terris, in questa età che si gloria della potenza atomica la guerra è uscita dalla ragione, “bellum alienum a ratione”, essa è stata riabilitata; la guerra non era più concepibile come appartenente all’umano; per tanto tempo infatti l’abbiamo evitata, grazie alla “dissuasione”, all’equilibrio del terrore; ma poi, quando è finita la contrapposizione tra comunismo e anticomunismo, Oriente e Occidente, dopo la rimozione del muro di Berlino, abbiamo ripreso in mano il “diritto di guerra”, abbiamo fatto subito la guerra con l’Iraq, la prima e seconda guerra del Golfo, la guerra jugoslava, l’Afghanistan, e poi tutte le altre, abbiamo richiamato la ripudiata, l’abbiamo ripristinata come se fosse una cosa razionale, buona, giusta e benefica. E oggi non si fa che pensare alla guerra. Se l’Europa si deve unificare, più di quanto oggi non lo sia, decide di dover fare la guerra alla Russia nel 2030, e intanto deve armarsi a questo scopo, dunque abbiamo completamente cancellato questa grande conquista del ‘900.
E poi l’eguaglianza. Dove sta più l’eguaglianza, quando addirittura in America c’è una milizia speciale, l’ICE, per la guerra interna, incaricata di andare a snidare gli immigrati che non avrebbero diritto di stare in America, per deportarli fuori degli Stati Uniti? Ci sono intere carovane di immigrati che vengono caricati sugli aerei e deportati (in Italia la chiamano “remigrazione”): i cosiddetti irregolari vengono scovati, arrestati, processati, messi su dei cargo e spediti chissà dove: a san Bernardino, in California, come racconta Marco Damilano nel suo bellissimo libro “Noi siamo i tempi”, le porte della cattedrale sono chiuse, si entra solo da una porticina secondaria, per salvare gli ispanici dalle irruzioni della polizia; è venendo da queste origini, Chicago, san Bernardino, santa Fé, da queste ignominie, che è cominciato il pontificato di papa Leone; per non parlare di quello che succede in Medio Oriente, che succede con i palestinesi. Non è vero che tutti sono eguali, quelli che non lo sono, sono detti “animali umani”, ci sono quelli che hanno i diritti, dell’uomo e del cittadino, e ci sono gli scarti.
E il terzo bene perduto riguarda la sovranità, cioè il controllo del potere da parte del diritto, e in specie del diritto internazionale. Il diritto internazionale intanto è un diritto, in quanto non esiste alcun potere che non risponda ad alcun altro, che non risponda a una legge che istituisce la interconnessione di un potere con gli altri poteri, di un popolo con gli altri popoli. Questo è stato formalmente negato: quando Trump ha condotto la sua operazione banditesca in Venezuela, facendo rapire Maduro e sua moglie, deportandoli negli Stati Uniti e facendoli finire chissà dove per impadronirsi del petrolio del Venezuela e dell’anima di quel popolo, i giornalisti gli hanno chiesto se riconoscesse nel diritto internazionale qualche limite al suo potere, e Trump ha risposto: “C’è qualche limite ai miei poteri? Si, la mia stessa moralità. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale”: “rex legibus solutus”! Dunque c’è un formale ripudio da parte del più grande potente della terra, che però non è il pazzo di cui si parla, perché rappresenta un potere molto complesso e molto organico, che dice che il diritto è finito, il diritto internazionale è finito, non c’è più un diritto che dobbiamo osservare, non c’è più un diritto che ci tuteli. È inutile che abbiamo istituito la Corte Penale Internazionale: può anche emettere le sue sentenze, spiccare i suoi ordini di arresto per i crimini di guerra, ma tutto continua come prima. Noi abbiamo addirittura rimpatriato su un aereo di Stato un criminale di guerra libico. Dunque anche questo è finito, il diritto, la regola del diritto, non si riconosce più un limite alla sovranità. L’America di oggi, come anche lo Stato di Israele, non riconoscono alcun limite al proprio potere di guerra, al proprio potere di dominio, alla propria volontà di determinare la vita, la condizione di tutti gli altri.
Dunque la situazione è molto seria. Che cosa dobbiamo fare, qual è il rimedio? Di fronte a queste controrivoluzioni che sono avvenute e che sono in atto noi dobbiamo riprendere non dico la Resistenza, come l’abbiamo conosciuta, ma il suo vigore, la sua capacità di far valere, di ripristinare questi valori, di tornare a questi approdi a cui era arrivata l’intera storia umana, l’intera civiltà umana. Qui non si tratta solo del fatto che in Italia ci sia un governo di destra o di sinistra, qui c’è il problema che l’intera storia umana è oggi scossa da questa ventata che cerca di abbattere le conquiste conseguite nel secolo che abbiamo da poco lasciato alle nostre spalle.
Dunque, quale il rimedio, che cosa possiamo fare?
In questi giorni, il 25 maggio, è uscita l’enciclica di papa Leone, “Magnifica humanitas”: sembra veramente un grido nel deserto. In una condizione come quella a cui oggi viene ridotta la società umana, parlare di una “magnifica humanitas” sembra che sia un sogno. Questo invece è il programma storico, politico, culturale che noi dobbiamo avere: ripristinare questa magnificenza dell’umanità, di una umanità che è stata capace di capire qual era il suo bene, quale era la pace da costruire, quale era la società da fare: questa è la prospettiva, la magnifica umanità.
Ma qui c’è un problema. Come siamo arrivati, nella nostra cultura occidentale, secolare, moderna, al punto in cui siamo? Noi siamo arrivati a questo punto sulla base di un’opzione che è stata fatta alcuni secoli fa, che ci ha portato alla società laica moderna, alla società secolare; è l’opzione teorizzata dai giusnaturalisti, anche cristiani, in particolare da un cristiano riformato olandese del XVII secolo, Ugo Grozio, che in un trattato divenuto famoso, “De iure belli ac pacis” uscito nel 1625, propose di fare l’ipotesi “che Dio non ci sia e non si occupi dell’umanità”: e le cose, pensava, funzionano lo stesso, noi abbiamo abbastanza cultura, abbastanza capacità di pensiero e volontà per cavarcela da soli; facciamo come se Dio non ci fosse. Non era un’affermazione di ateismo, “Dio non c’è”, ma “come se non ci fosse”. E tutta la società moderna, anche la nostra, è stata costruita su questa ipotesi, l’ipotesi che Dio non ci sia e non si occupi dell’umanità. Facciamo tutto noi. E finora ha funzionato; ha funzionato sia pure attraverso tutto questo tormento di cui abbiamo parlato, finora è sembrato che sulla base di questa ipotesi veramente potessimo farcela. Ma oggi, di fronte a quello che sta succedendo, siamo sicuri che ce la possiamo ancora fare sulla base di questa ipotesi? Noi soli? Ce la facciamo?
Questa enciclica parla dell’Intelligenza Artificiale, cioè della tecnologia, che ha cambiato anch’essa natura, che sta diventando la vera rivoluzione di oggi, in quanto è una tecnologia che porta con sé non solo un cambiamento politico, un cambiamento culturale, ma un cambiamento strutturale del modo di vita sulla terra. È una tecnologia che domina, che si impadronisce e si sostituisce alla volontà umana, che decide le scelte da fare o da non fare. Le guerre oggi non le fanno più gli strateghi, i generali, la fanno i computer, la fanno gli algoritmi; gli obiettivi da colpire, le persone da uccidere sono decisi da un calcolo, da un calcolo algebrico; e di fronte a questo naturalmente il Papa si spaventa: che ne è dell’uomo? Che ne è dell’umanità? E allora che è venuto a fare Gesù Cristo? Non basta dire (questa è una cosa molto acuta che scrive papa Leone in questa enciclica): la tecnologia è uno strumento, bisogna vedere come lo usiamo, qual è lo scopo che con essa perseguiamo; no, non basta questo, non possiamo dire prendiamo l’Intelligenza Artificiale così com’è, basta che poi la usiamo bene. No, non si può usare bene se non è progettata, posseduta, governata in modo umano, se l’Intelligenza Artificiale entra dentro la struttura stessa dell’umano, della mente umana, se pretende sostituirsi, se pretende di determinare la società e la vita. Tra l’altro oggi questi processi sono supportati da potenze finanziarie e militari formidabili; la Silicon Valley in America, che è la patria di queste aziende tecnologiche, è il luogo dove ormai sono concentrati capitali di miliardi e miliardi di dollari, che drenano denaro sottratto alla vita dei popoli, e poteri che sono incontrollabili. Finora c’era una responsabilità pubblica, degli Stati, nel maneggiare le grandi alternative insorgenti. Oggi tutto è in mani private. Queste aziende tecnologiche che dominano il mondo, perché hanno tutti i dati, conoscono tutto, controllano tutto, sono delle grandi oligarchie private, non sono governabili. Allora si comprende come l’irruzione di questa novità, di questa tecnologia che ci supera, che ci assorbe, può diventare veramente distruttiva. Per fare un esempio, i resoconti di Milena Gabanelli sulCorriere della Seraevidenziano che i conflitti moderni generano una “bomba ambientale” invisibile, tale per cui solo la guerra in Ucraina, nei suoi primi quattro anni, ha generato oltre 311 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ equivalenti, a cui si aggiunge l’inquinamento di fiumi e falde acquifere causato dai bombardamenti su fabbriche e depuratori, e l’impossibilità per foreste e parchi distrutti di assorbire l’anidride carbonica; a sua volta il costo climatico a lungo termine della guerra a Gaza, per la distruzione, la rimozione delle macerie, la bonifica e la totale ricostruzione supera i 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. E oltre alle emissioni gassose, i territori vengono contaminati in modo permanente da detriti, metalli pesanti, residui di esplosivi e sversamenti di sostanze chimiche. C’è un inquinamento della Terra che sta avanzando e può raggiungere un punto di non ritorno, non solo perché non ci occupiamo più delle politiche ecologiche che ci eravamo impegnati a fare, inseguendo il mito delle energie rinnovabili non fossili, che è stato largamente abbandonato, ma anche proprio per il modo con cui stiamo governando il mondo, con queste guerre che non finiscono mai, che stanno inquinando la Terra, stanno veramente rischiando di distruggerla; nel giro di alcuni anni, di alcuni decenni, le conseguenze potrebbero essere non più controllabili. L’enciclica si accorge di questo. Nessun altro lo fa nel mondo a questo livello. Non c’è un’altra istanza politica autorevole che ponga questo problema, come problema decisivo del domani. Lo fa questo Papa. Stranamente questo Papa è uscito dall’America del Sud e del Nord insieme, questo primo Papa americano di fronte al primo antipapa americano della storia, un Papa che scopre le carte, che dice: state attenti, qui stiamo ibridando l’umanità con qualche cosa che non è umano. C’è addirittura questa idea di un transumanesimo o post-umanesimo, di una ibridazione tra l’uomo e la macchina. Ma se ci abbandoniamo a questo, non ci accorgiamo nemmeno di essere diretti, di essere manovrati, di essere usati. Siamo in mano di potenze anonime che si concentrano in poche mani e in pochi soggetti straordinariamente potenti. Così forse non basta più l’idea di fare “come se Dio non ci fosse”, dobbiamo tornare forse all’ipotesi esclusa.
Come potremmo tornare a questa ipotesi esclusa? Certo non possiamo adesso mandare una cartolina postale a questo Dio dicendo: “intervieni tu con i tuoi miracoli, perché noi da soli non ce la facciamo”. Questo sarebbe del tutto puerile, dobbiamo riscoprire nell’umanità che ha in mano la storia, che ha in mano questo mondo, delle risorse che ci rendano capaci di rovesciare questo corso della storia, che ci rendano capaci di opporci a questo degrado che sta avanzando. Dobbiamo riconoscere che in ciascun uomo e in ciascuna donna, quale che sia il potere che ha, c’è tuttavia questa capacità che viene dal di dentro, che deriva da questo rapporto con Dio, un Dio che si è mischiato con gli uomini, che lava i piedi alla gente, che ci rende capaci di prendere in mano questa nuova sfida.
Come affrontare questa sfida? Noi non nasciamo oggi, veniamo da una storia. A leggere questa enciclica, si trova una cosa molto significativa. La prima parte, molto lunga, è una rivisitazione della dottrina sociale della Chiesa, a partire da quel Leone, il XIII, da cui questo papa ha preso il nome. E papa Leone fa un’analisi molto dettagliata delle diverse fasi, delle proposte successive di questa dottrina sociale, per arrivare infine all’esame del dramma dell’attuale tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale. Che cosa significa? Che per affrontare questi problemi nuovi, che nessuno ancora sa come si riesca a governare (si pensi che ci sono dei processi attivati all’interno delle tecnologie informatiche che anche i loro autori e programmatori non sanno come funzionino e dove vadano a finire: sono delle potenze messe in movimento come nella storia dell’Apprendista Stregone) non si può dire: mettiamoci a tavolino e troviamo improvvisamente delle alternative, delle soluzioni; no, dobbiamo fare appello a tutto quello che siamo riusciti a fare finora, a tutto quello che abbiamo cercato di capire, alle rivoluzioni già fatte. Dobbiamo fare appello a tutto quello che ci dice la storia dell’umanità che è arrivata a questo punto così alto che abbiamo raggiunto. E dunque il Papa che fa, il suo mestiere qual è? Interroga la Chiesa, evoca la sua tradizione, ripensa la sua dottrina sociale. Cerca di applicare a questi nuovi problemi le proposte, le scoperte, le soluzioni che vengono fuori da questo patrimonio.
Così dobbiamo fare anche noi. Così deve fare qualunque cultura umana. Pertanto mi sono fatto un po’ questa idea. che noi siamo in una situazione in cui l’effetto di questa tecnologia è simile a quello che è stato denunciato del peggiore capitalismo. Se noi pensiamo alle cose del passato, alla elaborazione di Marx, che cosa troviamo? C’è l’analisi secondo cui nel capitalismo come si presentava nella società industriale dell’800, si produceva una forma di dominio che provocava l’alienazione dell’uomo: per effetto dell’impero del denaro, del profitto, dello sfruttamento, gli uomini venivano alienati, espropriati della loro soggettività, sottoposti al dominio della cosa; non solo gli oppressi, non solo gli operai, ma anche i padroni, anche i capitalisti, di fronte a questa signoria universale del denaro, di un’economia diventata sovrana, non hanno più una soggettività, perdono la loro identità, diventano essi stessi un ingranaggio della macchina che hanno creato. Ora io penso che quello che sta succedendo oggi è mille volte più grave di quanto era prodotto dal vecchio capitalismo, che poi è lo stesso capitalismo nelle nuove vesti di oggi. È questa l’alienazione che noi rischiamo, la perdita della soggettività, la perdita della libertà. della persona, tutta intelletto e niente cuore, tutto calcolo e niente dono, tutta obbedienza e niente morale. Se c’è questo, come nell’assoggettamento all’ideologia capitalistica, noi veniamo alienati, espropriati della nostra capacità di vivere come persone. Questa è la nuova frontiera della nostra libertà. E le cose diverranno ancora più devastanti, perché tutti gli sforzi degli scienziati sono rivolti alla miniaturizzazione degli apparati, con cui dar luogo a robot autonomi tali che in un utensile di pochi centimetri quadrati si racchiuderà una potenza di calcolo quale oggi si esercita su parametri dell’ordine di qualche migliaia di miliardi e che richiede enormi dimensioni.
Perciò quando diciamo: scegliamo l’ipotesi opposta a quella su cui abbiamo costruito finora, facciamo come se Dio ci sia e si occupi dell’umanità, che cosa vuol dire? Vuol dire che tutti dobbiamo diventare credenti? No, naturalmente, non può essere l’approfittare, come diceva Bonhoeffer, delle difficoltà umane per speculare e attirare alla fede. Non è questo che si deve fare. Ma probabilmente quello che si deve fare è di stabilire una Nuova Alleanza. C’è una frase nell’enciclica dove il Papa dice che la Chiesa considera come compagni di cammino tutti coloro che cercano sinceramente «la verità, la bontà e la bellezza», ritenendoli «preziosi alleati». E c’è una frase di Claudio Napoleoni in cui il grande economista diceva che per uscire dalla crisi storica in atto occorreva “una nuova cooperazione, una nuova cooperazione” tra Dio e l’uomo. Credo che dobbiamo fare questa nuova alleanza. Ciò non vuol dire che tutti debbano dirsi cristiani; l’alleanza si fa tra soggetti che sono diversi. L’importante è che ciascuno riconosca l’altro, e si mettano insieme le acquisizioni, le risposte, le capacità degli uni e degli altri per uscirne. Perciò la proposta che vorrei in qualche modo lasciare come idea per il futuro è che, superata ormai questa età della secolarizzazione, dell’ateismo di fatto, torniamo all’idea che un Dio ci sia, non per chiamarlo dentro le nostre impotenze, le nostre incapacità e provocarlo a una Provvidenza che non possiamo noi evidentemente programmare né pretendere; però facciamo sì che, ferme restando le Chiese e le scuole di pensiero, sia possibile un’alleanza tra quelli che credono in questo Dio e quelli che non credono, ma che insieme, scambiandosi la buona volontà, scambiandosi informazioni, scambiandosi le potenzialità, scambiandosi le risorse e ristabilendo un’idea dell’uomo che sia ancora umana, si possa riprendere il cammino di un futuro che non sia un futuro di distruzione. Una Nuova Alleanza tra Dio e l’uomo, non attraverso i partiti cattolici, cioè non attraverso la condivisione del potere, ma attraverso la sovranità delle coscienze.
E qui ricorre un dato antropologico; dicono i più creativi degli informatici, che l’Intelligenza artificiale “generativa” interpreta solo la prima delle funzioni che Kant attribuisce alla conoscenza, e cioè la percezione attraverso i sensi, e che ora, come dice Fabrizio Funtò, bisogna aggiungere le altre due funzioni, quella del Giudizio e quella della Ragione. Restando a questa classificazione, si potrebbe dire che la Ragione e il Giudizio, sono peculiari dell’uomo e non ibridabili con la macchina. Tornando all’ipotesi che Dio ci sia e abbia a che fare con noi, diciamo che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio: “L’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”. In questa figura la prima prerogativa di Kant, la percezione con i sensi, corrisponderebbe all’uomo come “immagine di Dio”; anche Dio “vede” quello che ha fatto, tocca la terra per fare l’uomo e da lui la donna, sente il profumo della terra (vide che “era una cosa buona”) e ha sentimenti, “si adira”, e “si pente” del male che aveva promesso di fare (per esempio a Ninive) e non lo fece. Qui dunque ci sarebbe l’immagine, sia che l’uomo sia ad immagine di Dio, sia che antropomorficamente, Dio sia pensato ad immagine dell’uomo. Ma la ragione e il giudizio sono ciò che fa lasomiglianzacon Dio; non hanno limiti, non sono prevedibili, non programmabili; nessun calcolo potrà mai suggerire a una macchina che bisogna amare i nemici, che bisogna pregare per i persecutori, che bisogna far passare avanti gli ultimi, che la debolezza sia vincente, la sconfitta possa essere in realtà una vittoria, che l’indigenza, la quale nell’amore è il bisogno dell’altro, sta nella perfezione (“perfetta la carità”) e così via all’infinito della dimensione etica, affettiva, contemplativa, o della “ragion pratica” se così la si vuol chiamare. Questo l’enciclica l’ha capito benissimo, e perciò avvia il vero discorso alternativo alla catastrofe, che non è di redimere la tecnica, che non è buona, non è cattiva, e non sa neanche quello che fa, ma di inserirla in una cultura ancora umana. Perciò il problema non è di Musk e di Thiele, ma è degli uomini e delle donne tutti, cioè di una antropologia non suicida.
La realtà è che non siamo nemmeno a “un cambiamento d’epoca”, ma a un salto di civiltà (c’era una rivista negli anni Cinquanta del secolo sorso, diretta da Leonardo Sinisgalli, che si chiamava “La civiltà delle macchine”) e tutto deve essere pensato di nuovo.



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