Il cessate il fuoco come arma nel silenzio dei più. La violenza non è finita, ma è stata riorganizzata e resa meno visibile. Una “profonda prova etica”
L’occupazione israeliana ha trasformato il cessate il fuoco in uno strumento per promuovere i propri obiettivi nella guerra di genocidio, svuotando l’accordo del suo contenuto pratico e utilizzandolo come copertura politica per continuare le violazioni senza rendere conto delle proprie azioni.
Nei quattro mesi trascorsi dal suo inizio, il 10 ottobre 2025, 630 persone sono state uccise a Gaza, 1.607 ferite e 50 arrestate. Le organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato la distruzione di oltre 2.500 edifici oltre la linea gialla, causando lo sfollamento di migliaia di famiglie. Nel frattempo, Israele ha consentito solo il 43% degli aiuti umanitari e il 12% del carburante, ha ostacolato il valico di Rafah e ha limitato le partenze dei pazienti a meno di 300 nella prima settimana, ben al di sotto della capacità giornaliera del valico.
Questa realtà riflette una politica deliberata volta a mantenere Gaza sotto stretto assedio, minando al contempo qualsiasi tentativo di ripristinare la normalità nella zona. Il rifiuto di Israele di ritirarsi dalla linea gialla come previsto dal cessate il fuoco, impedendo il ritorno dei residenti e negando l’ingresso di materiali per la ricostruzione o la rimozione delle macerie, conferma che l’obiettivo non è una stabilità temporanea, ma l’imposizione di uno stato permanente di deterioramento e distruzione.
Inoltre, Israele ha istituito un nuovo sistema di registrazione delle organizzazioni umanitarie e di soccorso che prevede condizioni impossibili, rendendo il loro lavoro quasi impossibile.
Questo sistema ha di fatto bloccato le operazioni delle organizzazioni essenziali che forniscono servizi medici e di soccorso, e alcune hanno già sospeso il loro lavoro, mentre altre decine dovrebbero interromperlo nei prossimi mesi, aumentando le sofferenze della popolazione e ponendola in un circolo vizioso di privazioni e dolore.
La situazione a Gaza dimostra che il genocidio non si è fermato, ma ha cambiato forma, diventando più silenzioso e meno visibile, lontano dagli occhi del mondo e dal controllo internazionale. Mentre il cessate il fuoco viene presentato come un risultato politico, le uccisioni e gli arresti quotidiani di palestinesi continuano, con una copertura mediatica in calo e l’attenzione della comunità internazionale concentrata su altre crisi. Quasi 2000 morti e feriti in 120 giorni non possono essere considerati il risultato di un cessate il fuoco. Riflettono piuttosto l’aggressione in corso e un genocidio silenzioso perpetrato quotidianamente senza alcuna responsabilità. In questo modo, Israele ha ridotto la pressione internazionale mentre la situazione umanitaria di Gaza continua a deteriorarsi, trasformando l’area in una prigione a cielo aperto.
Allo stesso tempo, Israele lavora per smantellare la struttura sociale di Gaza, trasformandola gradualmente in un luogo inadatto alla vita umana, alterando la composizione della società a lungo termine e minando ogni speranza di uno Stato palestinese indipendente. Queste politiche comportano molteplici fasi, dalla deliberata distruzione di infrastrutture, scuole e strutture sanitarie, alla creazione di nuove strutture amministrative supervisionate da organismi esterni sotto il nome di Consiglio di pace. All’interno di queste strutture, un piccolo numero di personalità palestinesi detiene poteri molto limitati, mentre le decisioni finali rimangono sotto il controllo diretto dei leader dell’occupazione e delle forze internazionali che li sostengono, garantendo il dominio continuo sulle risorse essenziali e sul governo di Gaza.
Questa disintegrazione amministrativa e politica è accompagnata dagli sforzi israeliani di rimodellare i simboli politici in Cisgiordania, tra cui la modifica delle leggi in vigore dal 1967 e la possibilità di registrare le terre palestinesi come terre dello Stato israeliano. Questo cambiamento giuridico accelera il progetto di annessione ed è accompagnato dallo sfollamento sistematico dei residenti della Cisgiordania, riflettendo una strategia globale per ridisegnare la mappa politica e demografica dei palestinesi sotto la guida di correnti politiche estremiste.
Questo duplice scenario – isolare Gaza dal punto di vista amministrativo e politico e accelerare l’annessione in Cisgiordania – rivela la portata del coordinamento tra le politiche militari e giuridiche per mantenere il controllo israeliano sul territorio.
Allo stesso tempo, Israele conduce una campagna mediatica internazionale volta a distogliere l’attenzione dalle violazioni in corso a Gaza, concentrandosi su altre questioni regionali o di sicurezza, come il disarmo o i conflitti con l’Iran e il Libano, per ridurre la copertura mediatica della tragica realtà che devono affrontare i palestinesi.
Questa distorsione mediatica si basa su mezzi di comunicazione israeliani, americani e altri media globali che promuovono direttamente la narrativa israeliana, marginalizzando ciò che sta realmente accadendo sul campo. La copertura mediatica relativa a Gaza è diminuita dell’85% dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco, riflettendo il successo di questa strategia nel ridurre la presenza della tragedia palestinese nelle discussioni globali e nel creare uno stato di ignoranza o negligenza tra l’opinione pubblica internazionale.
Allo stesso tempo, Israele cerca di influenzare la natura di qualsiasi potenziale presenza internazionale a Gaza imponendo condizioni che trasformano queste forze in strumenti al servizio dei suoi obiettivi di sicurezza piuttosto che di protezione dei civili. Nel frattempo, l’occupazione sostiene i gruppi armati che operano al di fuori della legge all’interno del settore, alimentando il caos e mantenendo Gaza in uno stato di costante instabilità, che giustifica il continuo intervento e controllo indiretto.
Questa combinazione di controllo militare diretto e indiretto, insieme alla pressione politica, legale e mediatica, trasforma Gaza in un laboratorio per gestire lo sterminio in modo graduale e silenzioso.
Sul campo, con l’arrivo del Ramadan, la situazione umanitaria a Gaza rimane estremamente difficile. Migliaia di persone disperse rimangono sotto le macerie, decine di migliaia di pazienti e feriti aspettano la possibilità di ricevere cure al di fuori del settore e molti hanno perso la vita mentre aspettavano l’approvazione israeliana.
Circa 1,8 milioni di palestinesi continuano a vivere senza riparo in tende fatiscenti, affrontando piogge intense e freddo, oltre a una grave carenza di acqua, elettricità e servizi essenziali. La situazione peggiora con il protrarsi delle restrizioni alle organizzazioni umanitarie, che aggravano la crisi e aumentano le sofferenze quotidiane, mentre la pressione internazionale e le soluzioni urgenti rimangono minime.
In mezzo a questa sofferenza prolungata, i sacrifici dei palestinesi non devono essere trasformati in leva politica o utilizzati per ottenere concessioni. Questi sacrifici dovrebbero costituire la base per garantire i pieni diritti dei palestinesi senza manipolazioni o tutela esterna. La causa palestinese deve diventare una vera priorità globale, utilizzando strumenti internazionali, comprese forze e meccanismi di monitoraggio, per garantire che l’occupazione rispetti gli accordi, cessi le violazioni e consenta le condizioni per la ricostruzione e una vita normale sotto la supervisione internazionale.
Le esperienze di altri Paesi hanno dimostrato che, quando esiste la volontà internazionale, è possibile attuare processi che garantiscano il ritiro, la ricostruzione e l’empowerment delle persone affinché possano determinare il proprio destino attraverso elezioni libere e istituzioni indipendenti. Questo approccio dovrebbe essere applicato all’intero territorio palestinese, aprendo la strada a una soluzione giusta e sostenibile, ripristinando i pieni diritti dei palestinesi senza insediamenti ingiusti o manovre politiche.
Oggi il mondo si trova di fronte a una profonda prova etica. La causa palestinese non è più solo un conflitto politico, ma un simbolo di giustizia e libertà e una misura dell’impegno del sistema internazionale nei confronti dei suoi principi. Garantire la giustizia ai palestinesi e salvaguardare i loro diritti è in linea con la legittimità internazionale e i diritti umani fondamentali, mentre giustificare le violazioni o ignorarle rappresenta un deterioramento etico e giuridico che mina la credibilità dell’intero sistema.
La responsabilità della comunità internazionale è chiara: proteggere i civili palestinesi, far rispettare il diritto internazionale e ripristinare la vita umanitaria a Gaza prima che le sofferenze degenerino in una catastrofe irreparabile.
*Refaat Ibrahim è uno scrittore palestinese di Gaza e fondatoredi The Resistant Palestinian Pens.Laureato in Lingua e Letteratura Inglese presso l’Università Islamica, scrive di questioni politiche, sociali e culturali in Palestina. Attraverso il suo lavoro, amplifica le voci palestinesi sotto occupazione, convinto che la scrittura sia un ponte tra la verità e il cuore e la mente delle persone.


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