LA CRISI DI GAZA

Perché Hamas non depone le armi

Al popolo palestinese si chiede una resa incondizionata e definitiva, ma la Resistenza non accetta la fine della realtà palestinese. Un’annessione avviata in Cisgiordania. La questione delle armi “leggere”.

Trump ha convocato per il 19 febbraio a Washington gli Stati che hanno accettato di far parte del “Board of peace”, l’organismo che sotto il suo comando dovrebbe colonizzare e gestire Gaza in base al suo piano di pace, e che sarebbe destinato a diventare “l’organo internazionale più importante della storia”. Per dare la dimensione dell’investimento immobiliare e speculativo necessario per realizzare la futura riviera del Mediterraneo, Trump ha annunciato che gli Stati membri hanno già promesso oltre 5 miliardi di dollari. Nello stesso tempo ha di nuovo chiesto ad Hamas “una smilitarizzazione completa e immediata” “, anche se, secondo alcune fonti, sarebbe disposto ad accettare che i palestinesi mantenessero le armi leggere, che non possono fare male a Israele. Ma Netanyahu ha chiarito che smantellare significa la rinunzia da parte di Hamas a tutte le armi, comprese quelle leggere, oltre alla distruzione dei tunnel sotterranei ancora per molti chilometri non distrutti a Gaza. Il premier israeliano. ha respinto l’idea di una smilitarizzazione parziale, perché o i palestinesi si rassegnano, andandosene via o accettando il servaggio, oppure bisognerebbe ucciderli tutti. Nello stesso tempo il governo di Israele, “ortodossi” in testa, ha dato il via, attraverso la formula giuridica della “registrazione”, alla definitiva annessione dei territori palestinesi in Cisgiordania, senza che l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah abbia potuto far nulla per impedirlo.

Tutto questo è necessario sapere per capire qual è la posizione di Hamas, e come esploderà la crisi del progetto per Gaza, mentre lì l’esercito israeliano continua a sparare e si continua a morire. Naturalmente l’invocazione generale è che i palestinesi ci stiano, si arrendano rinunciando per sempre perfino all’idea che un giorno possano avere una loro terra, se non addirittura un loro Stato. Ma a Doha, il leader politico di Hamas all’estero, Khaled Mashaal, al Forum della rete televisiva qatariota Al Jazeera (quello in cui è arrivato anche il messaggio da remoto di Francesca Albanese) pur rilanciando la disponibilità ad una lunga tregua di 7 o 10 anni, proposta più volte avanzata da Hamas (e in origine, sembra, formulata a lungo termine dallo sheykh Ahmed Yassin, nel settembre 1997), ha escluso questa resa: “Nel contesto in cui il nostro popolo è ancora sotto occupazione, ha detto, parlare di disarmo è un tentativo di trasformare il nostro popolo in una vittima facile da eliminare e facilmente sterminata da Israele, che è armato con tutto l’armamento internazionale”. Mashal ha anche sottolineato che il movimento della Resistenza palestinese aveva proposto che dei Paesi mediatori si facessero garanti della tregua, assicurando che quelle armi non sarebbero state usate, ma “Israele” l’ha rifiutato. Il leader palestinese ha affermato che il problema è l’occupazione israeliana, non le armi della Resistenza palestinese, che saranno deposte solo in un contesto che garantisca la non ripresa della guerra, la ricostruzione di Gaza e la fornitura di aiuti umanitari senza restrizioni. Questo è l’annuncio della prossima crisi, e anche il contesto in cui è esploso il “caso Albanese”, e la denuncia di un genocidio che continua.

2 risposte a “Perché Hamas non depone le armi”

  1. Avatar Gianna Guglielmino
    Gianna Guglielmino

    È vergognoso che Netaniau si sia annesso altro(moltissimo)troppo territorio della Cisgiordania e che il mondo intero non si sia sollevato! A partire da Tramp !

  2. Avatar Giuseppe
    Giuseppe

    È una vera degenerazione quella che uguaglia una occupazione armata e violenta a un diritto “biblico” antico non più corrispondente all’attuale conoscenza religiosa (anche cristiana)

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