Un dibattito a Bologna sulla “lettera ai comunisti” e sulla questione posta da Claudio Napoleoni. Dalla politica alla fede, alla profezia, alla carità. È possibile uscire dal sistema di dominio e di guerra?
intervento di Raniero La Valle
Si è tenuto a Bologna nella sala dello Stabat Mater all’Archiginnasio un incontro per rivisitare la “lettera ai comunisti” di Claudio Napoleoni e Raniero La Valle del 1986 e discuterne il seguito. Al dibattito hanno partecipato i prof. Francesco Capizzi e Walter Tega, gli storici Daniele Menozzi, Paolo Pombeni e Maria Antonia Paiano. Qui di seguito pubblichiamo il discorso tenuto nell’occasione da Raniero La Valle.
Tre giorni prima che Napoleoni morisse, domenica 31 luglio 1988, andai a salutarlo con padre Balducci ad Andorno Micca. Padre Balducci. celebrò la messa al suo capezzale, e alla fine con l’ultima sua voce Napoleoni ci disse: “E adesso andiamo a vedere come stanno le cose”. Che cosa voleva andare a vedere? Certamente doveva andare a vedere il “Dio ignoto” (Atti. 17, 23); ma poi voleva andare a vedere se la catastrofe storica che era stato l’assillo della sua vita fosse evitabile, cioè se fosse possibile per via politica quella uscita dal “sistema di dominio e di guerra” che avevamo postulato nella Lettera ai comunisti. Ora certamente le cose le ha viste, ma il problema è che dobbiamo vederle anche noi, quando la catastrofe è più che mai incombente, e non solo non siamo usciti da guerre e dominio, ma siamo arrivati perfino al punto che il diritto è stato licenziato, che si è ufficialmente riaperta la caccia alle colonie (Venezuela, Cisgiordania) che del crimine contro l’umanità nessuno risponde e che il genocidio, che il diritto aveva sanzionato con un irreversibile mai più!, è venuto ancora a straziarci nell’acquiescenza dell’ intera comunità internazionale.
Per me poi, tornare a parlare all’Archiginnasio, dove tanti anni fa facemmo un’ultima “assemblea di giornalisti e lettori” dopo la soppressione dell’”Avvenire d’Italia”, è ragione non solo di emozione, ma anche di un più esigente dovere di verità, perché, come diceva l’altro grande filosofo e amico nostro, Italo Mancini, “al pensiero non si può dare nulla ad intendere”.
Napoleoni, che era un grande economista e filosofo, aveva posto alla politica il problema dell’uscita dalla crisi; ma la politica per lui non era una competizione per il potere, bensì era intesa nel senso forte, come sforzo di interpretazione della realtà nella sua interezza, come qualcosa che aveva a che fare con la condizione e il destino dell’uomo sulla terra. Ricordo una risposta a Giulio Girardi, a un convegno della rivista “Bozze 86” a Cortona, in cui avevamo discusso il problema marxiano dell’alienazione. Girardi gli aveva chiesto quale fosse il modo di rapportarsi alle lotte di liberazione del Terzo Mondo, e Napoleoni rispose che il luogo da cui egli tentava di parlare, non era quello geopolitico dei popoli del privilegio, qui in Occidente, né era il luogo accademico che gli derivava dalla sua professione, ma era il luogo della politica, e aggiunse: “io non avrei mai in vita mia affrontato una questione teoretica se non fossi stato spinto a farlo da un interesse politico. Io ho cominciato a ragionare, e ho affrontato le questioni teoretiche solo perché mi consentivano di capire meglio la politica; e posso dire che questa forza che ha avuto la politica come luogo in cui stare e da cui parlare, è naturalmente derivata dal fatto che la politica era concepita come lo strumento di una liberazione”.
Ma, alla fine del suo impegno e della sua vita aveva cominciato a pensare che non ci fosse una soluzione per via meramente politica della crisi. Napoleoni diceva che il tentativo di Marx di concepire un’uscita politica dalla crisi era fallito, perché l’attuale società tecnocratica, al quale tutto il corso storico era pervenuto. è una società nella quale non solo i lavoratori sono espropriati di se stessi e perdono la loro soggettività, ma anche i capitalisti sono alienati, sono maschere e funzioni di un meccanismo che li assimila a sé, e perciò la dialettica del rovesciamento del dominio in liberazione non funziona; e a questa conclusione Napoleoni era arrivato ben prima che il comunismo crollasse nei regimi dei Paesi dell’Est.
Ma dove Napoleoni ha posto con radicalità il problema che ha lasciato aperto per noi, è stato nella conversazione che io ho avuto con lui, sempre ad Andorno Micca, il 12 maggio 1988. In quel colloquio, che ora si trova nel libro “Cercate ancora”, si discuteva del problema di fondo, si discuteva cioè di come per costruire la pace si dovesse cambiare questa società, che è la società dell’alienazione, nella quale non è la cosa che è soggetta all’uomo ma è l’uomo che è sottoposto al dominio della cosa. E Napoleoni mi disse: “La questione secondo me gravissima che ci sta davanti, di fronte alla quale mi sto rompendo la testa, è che un compito di questo tipo io non riesco a vedere come si possa pensarlo in termini di laicità, ossia come operazione puramente naturale, che non abbia riferimento alla dimensione religiosa”. Era questo il problema della rivoluzione in Occidente che Napoleoni aveva in passato discusso con Franco Rodano, e che Rodano, “si era illuso di risolvere in termini strettamente laici”; ma, diceva Napoleoni, “il percorso da lui compiuto per arrivare a definire l’operazione rivoluzionaria in termini laici è un percorso che secondo me non funziona”. Per questa ragione l’alternativa era questa: “o noi teniamo in piedi la tesi di Rodano, dandone però una dimostrazione molto diversa da quella che ne dette lui, oppure cambiamo la tesi. Però cambiare la tesi è un’operazione di fronte alla quale tutta la nostra cultura tende a ribellarsi: perché cambiare la tesi vuol dire: no, qui o la dimensione religiosa è chiamata in causa direttamente, o non ce la facciamo, che è un po’ la tesi di Heidegger, che è la tesi di destra, la tesi di Del Noce”.
Il richiamo ad Heidegger era molto significativo. Heidegger, in una famosa intervista allo Spiegel, aveva detto che la tecnica moderna nella sua essenza è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare. La tecnica nella sua strapotenza planetaria “non è uno strumento e non ha più a che fare con strumenti”; essa strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra. Non c’è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo è già fatto. E la filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai – sosteneva Heidegger – solo un Dio ci può salvare. Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare una disponibilità all’apparizione di Dio o all’assenza di Dio nel nostro tramonto al cospetto del Dio assente”. Così Heidegger.
E alla mia obiezione che l’uomo, proprio perché dotato dei doni di Dio, ce la può fare a stabilire la pace sulla terra, Napoleoni rispondeva: “Non lo so, Raniero, io vedo rispetto alla storia contemporanea un abisso tra possibilità e realizzazione; io posso benissimo convenire che la pace sulla terra è ciò che corrisponde alla ragione e quindi si può fare”, però che essa ci possa riuscire, è un’altra questione. “Il mio problema è che la storia del mondo è arrivata a un punto in cui la chiusura che si è verificata, e quindi la rivoluzione in questo senso molto alto, che diventa allora la rivoluzione non contro la società feudale o la società borghese, ma diventa il rovesciamento del senso della storia, è tale che la tradizione laico-liberale, che anche noi abbiamo assorbito, secondo cui la religione è un fatto privato, senza riferimento ad alcuna dimensione religiosa e trascendente, non basta più; comincio ad avere dubbi su questo”; e si chiedeva se quelle proprietà della natura con cui l’uomo fu creato non dovessero essere rimesse in gioco richiedendo “degli atti, delle operazioni proprio di apertura verso la divinità, di eccezionale fervore nei confronti degli altri, degli atti, insomma, che non sono degli atti politici normali, sono degli straordinari atti di amore e di sacrificio, all’infuori dei quali da questa situazione storica non si viene fuori. In una stretta quale quella a cui la storia è arrivata è possibile che si debba pensare a una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo, a una rinnovata cooperazione, che comporta sia una qualche ulteriore presenza di Dio nella storia, sia una qualche disponibilità all’accoglienza da parte nostra, al di fuori certo da ogni apocalisse. Se no noi il problema della pace non lo risolviamo, Raniero, non ce la facciamo”.
Potete immaginare come io non abbia smesso di ricordare queste parole. E se io nella conversazione con Napoleoni, sostenevo piuttosto la parte del laico, dicevo come non fosse possibile che l’uomo, fatto per natura a immagine e somiglianza di Dio, non ce la facesse a fare la pace sulla terra, devo dire che oggi anche io comincio a credere che tra di noi proprio Claudio Napoleoni avesse ragione.
Sono infatti passati 36 anni da quel colloquio e da allora la situazione si è estremamente aggravata e la ripresa della questione religiosa è diventata più difficile; da un lato, paradossalmente, perché è venuto meno il partito comunista e il sistema ideologico politico dei partiti nel quale la questione religiosa era direttamente chiamata in causa, fino alla scomunica dei comunisti, mentre oggi non se ne parla nemmeno; dall’altro e soprattutto è diventata più difficile perché si sono guastati i termini del rapporto dell’uomo con Dio, tanto sul piano dell’immagine che su quello della somiglianza con lui, che sono i due termini tradizionali con cui si definisce l’identità umana.
Sul piano dell’immagine di Dio un impatto devastante rischia di avere il genocidio di Gaza. Si dice comunemente che la condotta spietata di Israele ha prodotto un vulnus nel dialogo ebraico-cristiano che era stato avviato dopo il Concilio. Il cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha detto che addirittura lo ha interrotto. In realtà il corto circuito che Israele ha fatto tra l’azione terroristica a Gaza e la sua legittimazione come corrispondente a un volere e a una promessa di Dio, ha messo a repentaglio ben più che un dialogo, bensì la percezione della stessa natura di Dio; un Dio che la rivoluzione teologica di papa Francesco aveva presentato addirittura come un Dio di sola misericordia, tale per cui perfino l’inferno sarebbe vuoto. Ed ecco che l’identificazione, voluta da Israele, tra antisionismo e antisemitismo, il coinvolgimento di Dio nella complicità con il lavoro di Netanyahu per la soppressione del popolo palestinese, suggeriscono il ripristino del Dio della vendetta e della guerra. È questo un messaggio che va anche in direzione opposta a quella della Chiesa; in questa c’è una revisione dell’ideologia sacrificale secondo cui, come dice s. Anselmo, Dio avrebbe avuto bisogno del sangue del Figlio per ripagarsi dell’offesa subita col peccato originale: una dottrina tradizionale dichiarata “in sé del tutto errata” da Benedetto XVI, quando era ormai un papa emerito, in un’intervista pubblicata dall’Osservatore Romano il16 marzo 2016.
Ma come l’immagine di Dio, così oggi è messa in causa ogni possibile somiglianza dell’uomo con lui: quando gettiamo al macero il diritto, questa somiglianza si rompe proprio all’apice dell’ esperienza umana, là dove l’uomo si è fatto legislatore, mettendosi sulla scia delle due tavole e delle “Dieci Parole” della legge scritte sul Sinai dal dito di Dio; ed è venuta meno la somiglianza con Dio per la crudeltà di cui oggi siamo capaci, per l’esaltazione dell’odio e della guerra, per il genocidio, e non ultimo per la sostituzione in corso della ragione con l’Intelligenza artificiale che si dice superi quella dell’uomo, ma che è senza etica e senza cuore.
Ma anche in un senso più profondo la somiglianza con Dio è tradita, e lo sarebbe anche senza Trump e Netanyahu, per un problema che viene da lontano e che per Napoleoni era una questione cruciale che aveva attraversato tutta la storia umana, ovvero il rapporto tra azione e contemplazione, cioè il rapporto tra il lavoro e quello che la nostra Costituzione chiama “il pieno sviluppo della persona umana”. In Dio c’è l’unità tra azione e contemplazione: come racconta la Genesi. nel settimo giorno della creazione Dio finì “il suo lavoro” e cessò da ogni suo lavoro che aveva fatto. E la Genesi dice anche che Dio vide, cioè contemplò, quello che aveva fatto e vide “che era cosa buona”. Dunque c’è questa armonia. Nella nostra società c’è invece quella vecchia cosa che alla fine è stata scoperta e denunciata da Marx, l’alienazione dell’uomo, la separazione tra il lavoro, riservato al servo, e l’attività intellettuale e spirituale, riservata al signore; una differenza addirittura ontologica, teorizzata da Aristotele. E dalla società di signori e servi questa alienazione è passata nella società capitalista, nella quale si impone il dominio della cosa sull’uomo, operaio o padrone che sia. Questa alienazione che Napoleoni denunciava come la perdita del Sabato, è passata infine nella società tecnocratica e questa è la radice del dominio, di ogni dominio, non solo dei ricchi sui poveri ma anche il dominio degli Stati coloniali, degli Imperi, delle Potenze egemoni sui popoli soggiogati e sulle Potenze intermedie, come ha detto il primo ministro canadese Mark Carney il 20 gennaio 2026 a Davos, sicché la liberazione passa oggi attraverso una rivoluzione sia delle coscienze che del rapporto internazionale tra gli Stati.
Per tutto ciò ritessere oggi questo rapporto con Dio appare per la nostra società laica quasi impossibile. Ma dopo 400 anni dobbiamo forse prendere atto che la gran trovata del cristianissimo Grozio, secondo cui tutto funzionerebbe ugualmente anche “nella blasfema ipotesi” che Dio non esista o che non si occupi dell’umanità (etiamsi daremus non esse Deum)[1], ipotesi su cui si è fondata tutta la modernità, non funziona.
Dunque, che fare?
Forse, visto il grado di massimo rischio a cui la storia è arrivata, non ci resta che da richiamare in vita l’ipotesi esclusa, di fare ciò che lo stesso Ratzinger diceva nell’aprile del 2005, pochi giorni prima di diventare papa, ossia “capovolgere l’assioma degli illuministi” e fare “veluti si Deus daretur”, fare cioè come se Dio ci fosse e si preoccupi di noi, questo “immensamente debole e condizionato Iddio, infelice per la nostra sorte”, come lo cantava David Maria Turoldo[2].
Ciò sembra oggi ancor meno possibile, nell’età della secolarizzazione, le chiese vuote e la crisi della fede. Per farlo occorre cominciare col rigettare l’antropologia di Carl Schmitt, secondo cui «tutte le teorie politiche in senso proprio presuppongono l’uomo come “cattivo”»; occorre superare l’idea che il concetto o il criterio del politico consista nella distinzione tra amico e nemico, e che la guerra, che ne è il culmine, debba “sempre esistere come possibilità reale”. E non è escluso che Dio ritorni tra la gente, se si pensa al mare di folla che circondava papa Francesco e che accorse ai suoi funerali.
Ma, dopo il lungo esilio, come è predicabile questo Dio?
È questa la grande questione che l’epoca nostra pone alle religioni e alle Chiese. L’imperatività della scienza moderna, che ammette solo ciò che è falsificabile dall’esperienza, riduce a fantasia e a infantilismo la fede, la nega, la dice non compatibile con l’età adulta dell’uomo. Ben lo sapeva Gesù che si chiedeva se al suo ritorno avrebbe ritrovato la fede sulla terra. Certo, si può continuare a predicarla, sostituendo piuttosto l’etica alla fede, come già molto si fa. Ma questo non è richiamare Dio dal suo esilio, scambiarsi con lui, come dice san Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 5, 17-21).
Ma se non la fede, nemmeno è più facile ristabilire la consuetudine con Dio predicando il cristianesimo come messianismo. Anche il messianismo ha subito un trauma non facilmente rimarginabile, per come è stato assunto dallo Stato di Israele come la realizzazione della promessa di fare della “terra di Israele” il Paese della redenzione. Questi “sovratoni messianici”, come li chiamava Jacob Taubes citando Gershom Scholem, presenti nella politica dello Stato di Israele, hanno avuto un esito catastrofico “trasformando il Paese della redenzione in una fiammeggiante apocalisse”.
Non ci sarà un messia davidico, né sacerdotale, né regale, né un capo carismatico alla Trump o alla Netanyahu. Il cristianesimo oggi predicato non può presentarsi come un messianismo che instauri il paradiso sulla terra.
Io mi permetto di avanzare un’ipotesi: che il cristianesimo sia annunciato sempre più come profezia. La profezia non può essere smentita dalla scienza, perché dal presente si proietta sul futuro, e la scienza non ha potere sul futuro. La profezia, come spiega Vito Mancuso nel suo ultimo libro, “Gesù e Cristo”, è un termine formato da un prefisso, “pro”, che vuol dire stare davanti, stare al cospetto di qualcuno che è più importante del profeta, e dal suffisso “feta” che deriva dal verbo greco “phemìn”, che significa “dire” “parlare”; la profezia è annunciata agli esseri umani stando davanti a Dio e come tale annuncia il futuro. E che cosa faceva Gesù se non annunciare che il regno di Dio era vicino, cioè era prossimo a venire? E non sono le beatitudini tutte coniugate al futuro? E che cosa annuncia la Pasqua, se non un futuro in cui la vita vincerà sulla morte (“mors et vita duello conflixere mirando”)? E non è un preannuncio del futuro – che sia opera dell’uomo o opera di Dio – una società in cui, come dice Isaiai, gli uomini non impareranno più l’arte della guerra, cioè disimpareranno ciò che hanno imparato e insegnato e praticato per secoli, a prova del fatto che la guerra non è “nella natura” dell’uomo, ma un artificio? E quando finalmente ciascuno potrà dormire in pace sotto la sua vite e sotto il suo fico, anche a Gaza, non profanata dal Board of peace, dai grattacieli e dai casinò di Trump?
La definizione della fede di san Paolo e di Dante è che la fede è “sostanza delle cose sperate e argomento delle non parventi”. È proprio questo che la secolarizzazione nega, l’esserci di un Dio che non si vede. Ma la profezia non può essere interdetta, perché per definizione essa non è una visione, non è un’istantanea, essa è, direi, annunzio delle cose promesse e attesa delle non ancora avvenute.
NOTA AGGIUNTA
Non più il regime di cristianità
Certamente a questo discorso si può fare l’obiezione che richiamare Dio in servizio significhi ridare il potere alla Chiesa, che è precisamente la subordinazione che lo Stato moderno ha combattuto e superato: obiezione che infatti è stata avanzata dallo storico Daniele Menozzi, essendo la storia quella che ci avverte di questo rischio. Ma proprio le religioni e le Chiese, e prima di tutto la Chiesa cattolica, hanno compiuto un cammino che, attraverso il travaglio di molti secoli, le ha separate dal potere politico secolare e le ha messe su una strada di cambiamento e di purificazione. Senza riandare a san Francesco o alla Riforma protestante, ricordiamo la rivoluzione propriamente teologica di papa Francesco, culminata nella nota proclamazione espressa alla Curia romana nel Natale del 2019: “Non siamo più nella cristianità, non più!”. Una svolta che era stata annunziata già il 6 maggio 2016, quando i leaders europei erano scesi a Roma per portare al papa, un po’ ingenuamente, il premio Carlo Magno, e il papa ha simbolicamente restituito a Carlo Magno, e prima ancora a Teodosio e a Costantino, la loro corona: ossia ha proclamato l’uscita dalla cristianità, per far vivere il cristianesimo. La ‘cristianità’, ha commentato il gesuita padre Antonio Spadaro sulla Civiltà Cattolica riferendo il discorso fatto da papa Francesco in quella occasione, “cioè quel processo avviato con Costantino in cui si attua un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa” [3], legame che, come sostenuto dallo storico gesuita Erich Przyvara, citato da Francesco, “ha le proprie radici nel tentativo di Carlo Magno di organizzare l’Occidente come uno Stato totalitario”[4]. Ciò instaurava un processo che supponeva la Chiesa come la realizzazione stessa del Regno di Dio sulla terra, e quindi faceva della Chiesa la vera sovrana terrena. Ed è proprio questo che ormai, parola di Papa, è finito, così come è stato superato l’esclusivismo che faceva della Chiesa (romana) l’unica via di salvezza.
Ma un inizio di separazione è oggi in corso anche nell’Islam: basti ricordare il documento islamo-cristiano di Abu Dhabi firmato il 4 febbraio del 2019, da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar in cui si afferma che Il pluralismo e le diversità di religione, “sono una sapiente volontà divina”, e la lettera che 126 leaders e sapienti musulmani nel 2014 inviarono ad Al-Baghdadi e all’Isis, rivendicando il primato delle misericordia nel Corano con l’affermazione che “l’Islam non avanza con la spada: la Misericordia che Muhammad rappresenta per tutti i mondi non può essere condizionata al fatto che egli abbia impugnato la spada (in un tempo, un contesto e per una ragione specifici…”. Purtroppo non è così per Israele.
Dalla guerra si può uscire
Un’altra obiezioneè che la guerra e i suoi strumenti si perfezionano sempre più, e non è storicamente plausibile che si esca dal sistema di potere fondato sul dominio e sulla guerra. Ma dopo quella lettera ai comunisti la guerra fu effettivamente ripudiata anche ai livelli più alti della politica mondiale, e addirittura in quello stesso anno, il 27 novembre 1986, i due capi dell’Unione Sovietica e dell’India, Mikhail Gorbaciov e Rajiv Gandhi, che insieme governavano un quinto dell’umanità, firmarono a Nuova Delhi una dichiarazione in cui peroravano e si impegnavano a costruire “un mondo libero dalle armi nucleari e non violento”. Purtroppo quella straordinaria opportunità non fu colta dall’Occidente, che anzi del tutto l’ignorò. Per contro, dopo la rimozione del muro di Berlino che esso celebrò come nient’altro che la sua ”vittoria “ nella guerra fredda, l’Occidente colse la prima occasione per recuperare la guerra ripristinandone l’irrinunciabilità di sistema, A ciò provvide con il primo conflitto del Golfo del 1990-91 che l’Occidente, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, ma non senza la precipitazione anche dell’Italia, patrocinò e condusse accompagnandolo con un imponente investimento mediatico atto a rivendere la guerra a una opinione pubblica che ne era ormai stata svezzata. Ciò vuol dire che attraverso una bonifica dei poteri egemoni la guerra e il dominio possono essere storicamente superati.
Dalla profezia alla carità
Altro problema è che anche la profezia può essere estromessa, può venir meno. Lo avverte san Paolo nella lettera ai Corinzi: “le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà, e la conoscenza svanirà”, ma “rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità” (1 Cor. 13, 8-13). Dunque smarrita la fede, elusa la profezia, quella che resta è la carità, ultima chiamata per il mondo, dilatata frontiera della Chiesa, varco sempre aperto attraverso cui “solo un Dio ci può salvare”. Ma qui ci vuole un discernimento del nome e della cosa, perché anche la carità, come altre parole che si sono allontanate dal loro significato rischia di essere travisata (“Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui…. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe”, ha detto papa Leone parlando agli ambasciatori). E intanto bisognerà rinunciare a schiacciarla sul suo grande omonimo, l’amore, perché nel nostro linguaggio c’è amore e amore, c’è l’amore geloso e l’amore di sé, l’amore violento e il “Prima noi”, l’amore tradito e l’amore punito, e c’è un “fare l’amore” che non obbedisce al consenso, che umilia, che stupra e che uccide. E invece è tutto da capire che cosa veramente vuol dire che la carità è magnanima, benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità, tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, e che la carità non avrà mai fine (1Cor. 13). E sarebbe questa, per dirla con Dietrich Bonhoeffer, l’ultima “stazione sulla via della libertà”.
[1] Ugo Grozio nei Prolegomeni al “De iure belli ac pacis”, n. 11 (1625), come citato da: Italo Mancini, L’ethos dell’Occidente, Marietti, Genova, 1990, p. 56.
[2] David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano, 1992, p. 28.
[3] Antonio Spadaro, Lo sguardo di Magellano, L’Europa, Papa Francesco e il Premio Carlo Magno, La Civiltà Cattolica, 2016 II 469-479, 11 giugno 2016.
[4] Enrich Przywara, L’idea d’Europa. La “crisi” di ogni politica “cristiana”, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2013, 119.


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