OGNUNO CON LA SUA IDENTITÀ

Invece del genocidio

L’unica soluzione della questione palestinese è il cambiamento di regime nello Stato di Israele e la ricomposizione della Palestina storica per ambedue i popoli insieme: l'analisi di Chomsky e Pappé

Nota introduttiva di Enrico Semprini

Questo libro, che ha oltre 10 anni, porta questo commento tratto da “Publishers Weekly” sulla copertina posteriore: “Quest’analisi sobria e risoluta dovrebbe essere letta e tenuta in considerazione da chiunque sia interessato a un cambiamento attuabile in questa regione che soffre da tempo”.

Credo davvero sia un testo da valorizzare ed ho pensato che sia opportuna la pubblicazione di ampi stralci di cui darò pubblicazione settimanale mentre trattiamo dell’attualità in Palestina.

Il problema fondamentale che vorrei inquadrare, è contenuto in questa affermazione di Ilan Pappé:

“il movimento di solidarietà condanna le singole scelte politiche israeliane, ma non il regime in sé o l’ideologia da cui scaturiscono quella scelte… Non si denuncia il sionismo e persino il Parlamento Europeo bolla queste forme di protesta come antisemite… E’ come se, nei giorni del Sudafrica suprematista, non si fosse consentito di protestare contro il regime dell’apartheid, ma solo contro il massacro di Soweto o contro qualche altra atrocità del governo sudafricano.”

Spesso, infatti, si ha la sensazione che la battaglia per la Palestina segua un sentimento prevalentemente di carattere “umanitario” senza affrontare la riflessione politica che sta alla base delle pratiche israeliane e così siamo come in balia di un “continuo stupore”.

Chiaramente non si critica l’afflato solidale, ma si vuole andare oltre.

Ora, mentre si parla di un nuovo processo di pace imposto da criminali in doppio petto, ritengo che lo stralcio del libro, ancora di Ilan Pappé, che oltre 10 anni fa denunciava l’ipocrisia dell’idea di partizione della Palestina, di genocidio e pulizia etnica, di Apartheid nei confronti dei palestinesi, ci permetta di affrontare la critica a quanto sta avvenendo sulla base di un quadro teorico non episodico relativo alle singole ingiustizie, ma valutadolo da un altro punto di vista sistemico.

Sarebbe bene che il dibattito nei movimenti si strutturasse sulla base di una visione d’insieme diversa e contrapposta rispetto a quella degli imperialisti e certamente il contributo che segue ne è un esempio:


Dal libro Palestina e Israele: che fare?
Il futuro: decolonizzazione e cambio di regime.

Noam Chomsky – Ilan Pappé

L’espressione “processo di pace” in relazione al conflitto israelo-palestinese ha svelato tutta la sua vacuità non appena la gente è riuscita a sapere che cosa stesse accadendo davvero in quella terra. Grazie al lavoro del movimento di solidarietà internazionale, a Internet, alla TV satellitare e ad altri strumenti, gli occidentali si sono potuti rendere conto della discrepanza tra la mole di iniziative per tentare di risolvere il conflitto (ad esempio Ginevra 1977, Madrid 1991, Oslo 1993 e Camp David 2000) e la realtà sul campo. Noam Chomsky è stato il primo a far notare che lo scopo dei negoziati non è mai stato raggiungere una meta, ma solo perpetrare una condizione senza soluzioni. Israele li ha usati come strumento per impadronirsi di più terra, costruire più colonie e annettere porzioni di territorio maggiori. La soluzione è stata lo status quo.

Si spera che introdurre il termine “decolonizzazione” nel dizionario possa servire a fermare l’industria della “coesistenza”, ossia un dialogo fasullo tra popoli finanziato principalmente dagli americani e dai capi dell’Unione Europea. La maggior parte dei palestinesi si è chiamata fuori da un progetto, avviatosi con gli accordi di Oslo, che è costato milioni di dollari.

L’aspetto più irritante e fuorviante era il principio di parità su cui è basato il processo di pace: dividere la colpa tra le due parti in conflitto e trattarle come egualmente responsabili, offrendo quindi una soluzione equa per entrambe. Lo scandaloso squilibrio di forze avrebbe dovuto già da tempo screditare questa soluzione intesa come un approccio realistico per la pace e che traeva la sua origine dal desiderio di tenere a bada Israele senza irritarlo troppo. L’esito sarebbe stato che i palestinesi avrebbero ricevuto ciò che Israele era disposto a concedere. Tutto questo non aveva nulla a che fare con la pace, era solo la ricerca di una soluzione di comodo, ossia la capitolazione del popolo originario della Palestina, costretto a cederla ai sionisti che avevano invaso la regione nel XIX secolo.

Nel nuovo vocabolario non compaiono termini romantici o utopistici. Le ingiustizie del passato non si possono cancellare; chi viene accusato di essere “irrealistico”, persino dagli alleati, lo ha invece ben chiaro. Non si può riparare a tutti gli errori del passato, ma si può certamente porre fine a quelli del presente. Ed è qui che diventa particolarmente pertinente l’inserimento dell’espressione “cambio di regime”.

Secondo il nuovo movimento, non è inconcepibile aspirare ad un cambio di regime in Israele, né è ingenuo immaginare uno Stato in cui tutti siano uguali: così come non è irrealistico premere per il ritorno incondizionati dei rifugiati palestinesi nelle loro case. Se gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno abusato del concetto di cambio di regime con gli attacchi in Iraq e Afghanistan, l’espressione ha poi riacquistato una sua legittimità grazie alle rivoluzioni popolari in Tunisia e in Egitto.

Un regime può mutare in modo drammatico e drastico, ma il cambiamento può anche avvenire gradualmente e senza spargimenti di sangue. Sebbene gli sconvolgimenti nell’ex Jugoslavia e in Siria mettano in guardia sulla piega che può prendere un cambio di regime gestito male, moltissimi esempi della storia recente dimostrano che possono esserci soluzioni non violente o quasi non violente. L’ultima occorrenza del nuovo dizionario, una “soluzione a uno Stato”, si basa quindi sulla speranza che una visione chiara di come si debbano strutturare le relazioni tra vittime e carnefici indichi anche la natura del cambiamento e la strada da percorrere per realizzarlo.

Per molti attivisti la soluzione a due Stati era morta già prima della disperata presa d’atto del segretario di Stato USA, John Kerry, nell’aprile 2014. Nonostante molti ne abbiano ormai dichiarato la morte, non si è cercata una strada alternativa. Anzi, il lungo processo per trovare una nuova soluzione è appena all’inizio. Alcuni individui, attivisti e organizzazioni politiche hanno già elaborato un programma più preciso e un’idea di come dovrebbe essere il nuovo Stato. Queste idee si basano su vecchie ipotesi già sviluppate in passato ma anche su nuove proposte. Altri invece brancolano ancora nel buio. Il viaggio, però, è cominciato.

Le tappe preliminari di questo viaggio sono già state contemplate. La prima tra queste è stata la riformulazione del concetto di Israele e Palestina come un paese unico, non come due stati separati. La Palestina ritorna così ad essere un paese a tutti gli effetti, non una realtà geopolitica formata da Israele e dai Territori Occupati. In questo ambito, il nuovo vocabolario necessita di nuovi lemmi per chiarire in che modo le persone che abitano in Palestina, e quelle che ne sono state espulse, possano vivere in condizioni di parità e anche viverci meglio che altre parti del Medio Oriente o addirittura di alcune aree dell’Europa.

Una seconda tappa importante – come emerge dalla conversazione con Noam Chomsky nella seconda parte del libro – è stata respingere il sospetto che l’ipotesi di un unico Stato neghi a Israele il diritto di esistere. Il nuovo movimento non ha il potere di cancellare gli Stati, né ha alcun interesse a farlo. Israele ha il potere di cancellare gli Stati; il movimento pacifista no. Quest’ultimo ha però l’autorità morale per mettere in discussione l’ideologia e la validità etica di uno Stato e l’impatto devastante che questo ha avuto con l’espulsione di metà della sua popolazione.

La terza tappa mette in discussione uno degli assunti fondamentali dell’Ortodossia pacifista, ossia che la partizione sia un atto di pace e di riconciliazione. Nella storia della Palestina, in realtà, essa è stata un atto di distruzione compiuto nell’alveo del “piano di pace” ONU, senza la benché minima reazione della comunità internazionale. Ecco quindi che termini del vocabolario internazionale quali “partizione”, risalenti a quel periodo di incubazione e pensati per veicolare valori positivi e pacifisti, divennero così una neolingua, volendo prendere in prestito il celebre termine usato da Orwell per definire queste realtà ingannevoli. “Partizione” significa invero complicità internazionale nella devastazione, non una proposta di pace.

Chiunque si opponeva alla partizione era considerato un nemico della pace. Gli elementi più estremisti e filoisraeliani della Ortodossia pacifista accusavano i palestinesi di essere irresponsabili, guerrafondai e intransigenti, a cominciare proprio dal no palestinese al piano di partizione del 1947. Con il senno di poi ci rendiamo conto che anche la partizione era una delle idee sbagliate concepite dalla realpolitik, ma all’epoca non era così scontato. Sarebbe però assurdo proporre oggi la soluzione della partizione sulla base delle stesse premesse che portarono alla risoluzione del 1947, ossia che il sionismo fosse un movimento benevolo e intenzionato a coesistere in condizioni di parità con la maggioranza indigena palestinese.

Prendere per buona l’interpretazione sionista della partizione e, più di recente, quella sionista liberale del processo di Oslo, corrompe ogni sentimento umano e umanitario nell’Occidente. La partizione, sia nel 1947 sia nel 1993, ha significato in pratica autorizzare l’imposizione di uno Stato ebraico razzista sul 56 per cento della Palestina nel primo caso, e di oltre l’80 per cento nel secondo.

Proprio questo tema smaschera l’immoralità e disonestà di molti illustri politici e politologi israeliani e filoisraeliani occidentali: costoro dichiarano, e insegnano, che uno Stato ebraico esteso su gran parte della Palestina, sempre che sussista un’entità palestinese ad esso vicina, è una realtà assolutamente democratica. Una democrazia da difendere con ogni mezzo possibile per salvaguardare la maggioranza ebraica in quella terra. Questi mezzi possono anche contemplare, e così è stato, il genocidio e altre azioni efferate per assicurarsi che quello Stato incarni l’identità etnica di un solo gruppo.

Gli israeliani non trovano del resto strano o inaccettabile che ci si arroghi l’autorità di determinare l’esito del processo democratico stabilendo con la forza a priori la composizione dell’elettorato, così da ottenere il risultato desiderato: uno Stato esclusivamente ebraico in un paese a doppia nazionalità. L’Occidente crede a questa messinscena: Israele è una democrazia perché è la maggioranza a decidere. Peccato che la maggioranza si sia formata grazie alla colonizzazione, alla pulizia etnica e, negli ultimi decenni, alla ghettizzazione dei palestinesi nella Striscia di Gaza, al loro confinamento nelle aree A e B della Cisgiordania, nei villaggi isolati della Grande Gerusalemme, nella valle del Giordano e nelle riserve beduine del Naqab.

Se vogliono perseguire il progetto di coesistenza, gli ebrei israeliani devono innanzitutto salvaguardare l’esistenza dei palestinesi, minacciati quotidianamente dal governo e all’esercito. Per essere d’aiuto, potrebbero unirsi al movimento di solidarietà internazionale e a quanti vivono in quella terra e desiderano fare di Israele e Palestina un’entità geopolitica in cui ciascuno possa abitare in condizioni di parità.

Una risposta a “Invece del genocidio”

  1. Avatar Rodolfo
    Rodolfo

    Quante sono le persone che si dichiarano ebree e condividono quanto qui scritto? Questa mattina a prima pagina su Rai 3 il primo ascoltatore intervenuto si è dichiarato ebreo ed ha espresso una convinzione assimilabile a quella qui esposta. Ma in tanti anni è la prima ed unica volta che ho sentito una persona ebrea così esprimersi.

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