Dopo il 7 ottobre e Gaza non possiamo parlare come se niente fosse accaduto. La parola del Papa
Il 28 ottobre si è celebrato il 60° anniversario della Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate” sul dialogo interreligioso. il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, che si trovava a Roma, il 27 ottobre, per il tradizionale incontro internazionale per la pace organizzato alla Comunità di Sant’Egidio, ha così commentato l’evento:
Il 7 ottobre e la guerra di Gaza sono uno spartiacque. C’è un prima e un poi. All’inizio della guerra ho detto che quello che è accaduto ha spazzato via anni di dialogo interreligioso. Adesso non la penso proprio più così, ho cambiato un po’ parere, però ha concluso una fase. Non potremo più tornare a parlare come se nulla fosse accaduto. «Noi per due anni, e ancora adesso – ha raccontato –, non siamo riusciti a incontrarci. Non siamo stati capaci di avere nessun incontro pubblico. Lo abbiamo fatto in privato, di nascosto, per non essere visti. Ma in pubblico non è stato possibile. E non siamo stati capaci neanche di intenderci. Ci sono persone con le quali abbiamo avuto tanti anni di relazioni, con le quali adesso non c’è più alcuna relazione. Vuol dire che questa guerra è uno spartiacque, ha segnato una ferita profonda nelle relazioni». «L’odio che si è scatenato – ha proseguito Pizzaballa – ci ha invaso, è entrato dentro le relazioni delle persone». «Questi due anni non possono essere ignorati, ma non deve diventare nemmeno recriminazione, accusa l’uno contro l’altro. Bisogna partire dal fallimento che abbiamo sperimentato per superarlo, per andare oltre, per crescere nella comprensione reciproca», ha affermato ancora il patriarca. Ma per farlo, occorre anche «tenere presente i motivi per cui non ci siamo capiti. E uno dei motivi è che tra di noi non abbiamo mai parlato delle cose che sono problematiche per evitare di avere problemi. Poi i problemi ci sono esplosi in faccia».
Tra questi fattori problematici, Pizzaballa cita, nel rapporto fra cristiani, cattolici e ebraismo, il ruolo dello Stato di Israele e l’interpretazione delle Scritture. «Perché non ci siamo capiti?», si è chiesto il cardinale. «Perché non abbiamo mai parlato tra noi dei problemi esistenti, per non farli crescere, ad esempio non abbiamo mai discusso dello Stato di Israele, e ora le critiche allo Stato di Israele sono diventate critiche all’ebraismo». «Insomma, dobbiamo ripartire – ha aggiunto – bisogna ripartire, ma ci vorrà molto tempo. Questa crisi di questi due anni ci deve servire non per bloccarci, ma per ripartire tenendo presente quello che ci è mancato. Non semplicemente per fare la lista degli aspetti negativi, ma per fare un salto». Il cardinale ha quindi ricordato che «il dialogo interreligioso tra le fedi è tra l’altro uno dei 20-21 punti di Trump. C’è pertanto coscienza che se tu vuoi cambiare le prospettive, hai bisogno di cambiare la narrativa politica, ma anche religiosa».
In un’intervista rilasciata al Sir, l’8 febbraio scorso, Pizzaballa a proposito di “Nostra aetate”, aveva osservato, in relazione al dialogo con l’ebraismo: «Ciò che è stato fatto grazie a questo documento è importante e non è ancora concluso. Ma credo che abbia finito la sua spinta propulsiva. Ora dobbiamo parlare di altro. In passato abbiamo sempre evitato di parlare di alcuni argomenti per non avere problemi. Ma adesso li abbiamo ugualmente. Mi riferisco a temi come l’interpretazione delle Scritture sul legame tra Israele e la terra, il rapporto particolare che il popolo di Israele ha con lo Stato di Israele».
Ancora, in un’intervista al settimanale “Credere” del Gruppo Editoriale San Paolo, il 30 ottobre, il cardinale ha commentato così quanto sta accadendo a Gaza: «Le immagini non rendono l’idea, la distruzione è drammatica. Il tessuto umano e sociale è stato completamente lacerato e la vita quotidiana è saltata». Tema su cui Pizzaballa ritorna è poi la necessità di un cambio di leadership per raggiungere la pace: «Se vogliamo davvero qualcosa di nuovo, servono leader nuovi. È evidente che chi ha portato il conflitto a questo punto non può essere l’unico a guidare il futuro. Senza una nuova visione dentro Israele, senza una nuova leadership palestinese forte e riconosciuta, sarà difficile arrivare a una soluzione stabile».
Negli stessi giorni in cui si svolgeva l’incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, si svolgevano le celebrazioni per i 60 anni di Nostra aetate, a entrambi gli eventi, fra l’altro, prendeva parte il papa. L’udienza generale di mercoledì 29 ottobre, veniva interamente dedicata alla ricorrenza e il pontefice, dopo aver riaffermato il netto rifiuto da parte della Chiesa di ogni forma di antisemitismo, non poteva non sottolineare alcuni aspetti problematici relativi al dialogo con l’ebraismo e non solo. La dichiarazione, ha osservato Leone XIV nell’occasione, «deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque». «Da allora – ha scandito –, tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso». «Possiamo guardare con gratitudine – ha aggiunto – a tutto ciò che è stato realizzato nel dialogo ebraico-cattolico in questi sei decenni. Ciò non è dovuto solo allo sforzo umano, ma all’assistenza del nostro Dio che, secondo la convinzione cristiana, è in sé stesso dialogo». «Non possiamo negare che in questo periodo ci siano stati anche malintesi, difficoltà e conflitti – ha quindi ammesso –, che però non hanno mai impedito la prosecuzione del dialogo. Anche oggi non dobbiamo permettere che le circostanze politiche e le ingiustizie di alcuni ci distolgano dall’amicizia, soprattutto perché finora abbiamo realizzato molto».
Quindi il papa ha fatto un appello più generale rivolto in modo particolare ai leader religiosi: «Celebrando Nostra aetate dobbiamo essere vigilanti contro l’abuso del nome di Dio, della religione e dello stesso dialogo, nonché contro i pericoli rappresentati dal fondamentalismo religioso e dall’estremismo». «Nostra aetate, sessant’anni fa, ha portato speranza al mondo del secondo dopoguerra. Oggi – ha proseguito Prevost – siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato. Collaboriamo, perché se siamo uniti tutto è possibile. Facciamo in modo che nulla ci divida».
Francesco Peloso
da:Adista Notizie n° 39 del 08/11/2025



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