Non fatevi ingannare. Molti verranno dicendo: "Sono io"; non seguiteli
La seguente è una riflessione sul cap. 2 del Vangelo di Luca fatta a Messina da Raniero La Valle nel contesto della liturgia del 16 novembre scorso:
Quando padre Felice Scalia mi ha proposto di commentare queste letture insieme a lui, mi ha messo in crisi perché naturalmente non è questa una cosa facile: è la responsabilità della parola. Sicché è da ieri, mentre a Catania parlavamo della guerra, del genocidio, delle tragedie in corso, che penso a questo capitolo del vangelo; perciò queste due cose, il brano del vangelo di Luca e il pensiero sulla situazione in cui ci troviamo,hanno viaggiato insieme in me fino a questo momento.
Vorrei cominciare con un’osservazione di carattere metodologico, cioè chiedermi in che modo dobbiamo accostarci a queste Scritture che ogni domenica la Chiesa ci propone. Io penso che dobbiamo partire da una parola del Vangelo di Giovanni, che all’inizio della predicazione di Gesù ha messo l’episodio delle nozze di Cana, quando la madre dice a Gesù: “non hanno più vino”, fai qualcosa, e Gesù le dice: “che cosa c’è fra me e te donna?” Questa è la traduzione che noi leggiamo quale ci viene proposta nella Vulgata della Bibbia. Ma quello che davvero dice Gesù a Maria secondo una più fedele traduzione del Vangelo, che è scritto in greco, è: “Che cosa ci sta succedendo, donna?” Che ci sta succedendo in questo momento? Gesù chiede a Maria “che cosa ci succede? “
Io penso che quando apriamo le pagine del Vangelo dobbiamo porci la stessa domanda, che poi è la domanda che sta all’inizio della missione di Gesù: “cosa ci sta succedendo?” Che cosa sta succedendo a noi personalmente, e questo è un problema che riguarda ognuno di noi; ma ancor più la domanda è: che cosa sta succedendo a noi tutti insieme? È questa la domanda che dovremmo farci tutti e che poi è la domanda propria del giornalismo, l’oggetto della comunicazione, dell’informazione quotidiana.
Ebbene che cosa ci sta succedendo? La prima cosa che dobbiamo capire è qual è l’atteggiamento di Gesù di fronte allo stesso problema, di fronte a quello che sta accadendo intorno a lui. Per tale motivo ho chiesto a Felice di leggere tutto il capitolo ventuno di Luca, perché finisce dicendoci quello che fa Gesù: si fa notte, e Gesù non riesce a dormire, va sul monte a pregare: cioè Gesù è angosciato per tutto quello di cui si è parlato fin qui: guerre, rivoluzioni, nazione contro nazione e regno contro regno, e in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze, stragi, Gerusalemme soggiogata, il tempio distrutto, Insomma tutti i mali che vengono raccontati in questo capitolo 21 di Luca sono causa di dolore per Gesù. Gesù è angosciato da queste sventure che sono state annunciate. Non è una bestemmia parlare di un Gesù angosciato, se noi pensiamo soprattutto al Gesù calcedonese, al Gesù di Nicea, al Gesù dell’incarnazione, vero uomo e vero Dio: vuol dire che anche Dio è angosciato, questo possiamo dire!
Un grande poeta che abbiamo conosciuto ed è stato un nostro amico, Davide Maria Turoldo, scrisse un giorno nei suoi canti, nei suoi “canti ultimi”: “Dio è infelice per la nostra sorte”; cioè Dio soffre con noi. Non è l’onnipotente che ci tira fuori dalle difficoltà, dalle prigioni, dalle uccisioni, dalle guerre, ma è quello che sta con noi in ognuno di questi eventi, in ognuno di questi dolori. Dio è angosciato, Gesù è angosciato per la nostra sorte.
Un’altra cosa dice questo capitolo. Quando parla del tempio che sarà distrutto, di Gerusalemme che sarà assediata ed invasa, sembra che racconti le cose di oggi, gli eventi che sono sotto i nostri occhi a Gaza, in Palestina. Ma che cosa ci dice allora questo capitolo? Ci dice che Gerusalemme, ci dice che il tempio non possono essere da noi presi come idoli, cioè come dei beni a cui dobbiamo sacrificare tutto. Anche il tempio sarà distrutto, il tempio di pietra, che qui non è una metafora per indicare il corpo del Signore, è veramente il secondo tempio. Anche il tempio di pietra a Gerusalemme sarà distrutto, e anche la terra d’Israele non potrà essere considerata come il bene mitico a cui sacrificare tutto il resto, a cui immolare un popolo intero. Dunque, tutto ciò che cosa vuol dire? Vuol dire che non possiamo prendere questo discorso di Gesù come un’informazione su quanto accadrà; questi eventi incombenti non sono eventi reali che devono essere attesi come una condanna, come accadimenti inevitabili e reali. Se noi leggiamo la Scrittura in un modo letterale, fondamentalista, come descrizione di cose corrispondenti alla cronaca reale, corriamo due rischi: o di non prenderle sul serio, riducendole a pure e innocue allegorie, semplici evocazioni ideali, o di esserne turbati e minacciati; in ambedue i casi ne perdiamo il significato.
Invece queste letture devono valere come stimolo a capire che cosa realmente ci si vuol dire. Un documento della Pontificia Commissione Biblica dice che una lettura letterale, fondamentalista, della Scrittura è un suicidio del pensiero. Se guardiamo a queste cose che sono qui descritte, la fine del mondo imminente, le stragi, le pestilenze, dobbiamo dire che sì queste sono cose che accadono, ma non sono queste le cose che la Bibbia ci preannuncia. Dobbiamo capire qual è il senso che questi racconti hanno per noi e allora a me pare che questi discorsi che fa Gesù, così drammatici, così tragici, non li dobbiamo prendere come l’annuncio apocalittico di una fine del mondo che è imminente, per la quale non sappiamo che cosa fare e l’unica risposta sarebbe di affidarsi ad una miracolosa salvezza che viene da Dio; penso che quello che ci dicono queste letture, questi annunci che Gesù ci fa, non siano gli eventi tragici che stanno per arrivare, ma sono invece una critica, sono una messa in guardia contro un’interpretazione letterale del messianismo. Vale a dire: non credete che dopo una catastrofe ci sarà una realizzazione terrena, mondana, secolare del Regno di Dio sulla terra: non è questo che vi ho promesso. Quando nel Vangelo di Giovanni si dice che il Regno di Dio è vicino, quando voi vedrete arrivare queste cose, il Regno di Dio vicino non è la costruzione di uno Stato cristiano, e neanche di uno Stato di Israele. Questa è la grande sventura di questi tempi, di un ebraismo, di una fede d’Israele che ha interpretato la promessa messianica come una promessa che si debba realizzare qui sulla terra, con gli eserciti, con la violenza, con la forza, con la stessa idea assoluta dello Stato che abbiamo inventato nella modernità, e questo sarebbe il frutto della Shoà. Non è questa la promessa messianica, non è questo il Regno di Dio sulla terra. Dobbiamo sapere che questo Regno è il Regno che noi dobbiamo costruire; un Regno umano, con i suoi difetti, con le sue difficoltà, con i suoi problemi. Non possiamo pensare che sia la realizzazione della redenzione. Gesù ci dice un’altra cosa: questo Regno è il vostro, è nelle vostre mani, cercate di farlo al meglio (le Costituzioni!), quello che io vi prometto è che vi sarò vicino in ogni momento in cui costruirete questa comunità umana.
Il messia non è il messia che si preannuncia da se stesso. Leggevo ieri la lettera di Trump al presidente di Israele Herzog, dove Trump si sostituisce al messia, dice che dopo 3000 anni arriva un capo di Stato come lui che può realizzare la pace sulla terra cambiando il mondo. Trump, il capo della più grande potenza militare del mondo si presenta come il Messia, come quello di cui dice il Vangelo: “non credete quando vengono a dirvi: siamo noi il messia, siamo noi che realizziamo le promesse. Non credeteci, quello è un annuncio perverso, è l’annuncio della fine, non è questo il Regno di Dio”. E tanto non lo è che nello stesso momento in cui dice a Herzog che insieme stanno cambiando il mondo, Trump fa un’apologia di Netanyahu e fa un’apologia del genocidio. Cioè questo Regno di Dio che viene interpretato come qualcosa che noi facciamo con le nostre mani, con le nostre armi, con i nostri eserciti, in realtà è un genocidio. Il Regno di Dio è un’altra cosa, il messianismo è un’altra cosa. E’ quello che ci indica un grande teologo siciliano, Giuseppe Ruggeri, quando dice che il messianismo è quello descritto nella seconda lettera di Paolo ai Corinzi. Anche lì c’è una traduzione che non è corretta quando si diceVi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.Questo “lasciatevi riconciliare con Dio” che dice Paolo ai Corinzi in realtà non è corretto. La vera traduzione greca è: lasciateviscambiare con Dio (in greco: katallagein); il messianismo è l’uomo che si scambia con Dio. Dio e l’uomo sono interagenti e si scambiano, il Cristo Gesù si mette al posto nostro come vittima, noi come uomini ci dobbiamo mettere al posto di Dio, avere gli stessi pensieri di Dio, avere lo stesso cuore di Dio. Questo è il vero messianismo, questo è il Regno di Dio sulla terra: lo scambio tra Dio e l’umanità. Allora io penso che al di là di qualsiasi lettura apocalittica che noi possiamo fare di questa pagina del vangelo, dobbiamo andare al vero cuore di questo annuncio di un Dio che soffre, di un Dio che è angosciato insieme a noi, per la nostra sorte; però in questa sorte così difficile, che è messa nelle nostre mani e sotto la nostra responsabilità, noi non siamo soli, noi ci scambiamo con lui, ci scambiamo con questo Dio misterioso che si è fatto uomo e che è veramente uomo, che ha paura anche lui come noi dei poteri della terra, dei poteri che si possono impadronire della sinagoga, impadronire del tempio, impadronire della cosiddetta terra promessa e con noi soffre e con noi vive e ci permette di superare questi dolori, questi pericoli e di vivere il Regno di Dio non come un Regno che viene interiorizzato e quindi non ha più nessun senso riguardo alla società da costruire sulla terra, ma un Regno di Dio che in quanto viene interiorizzato ed in quanto ci porta ad essere imitatori di Dio non può che far cambiare la terra, non può che diventare un Regno umano, non può che diventare un Regno in cui non c’è il nemico, non può che diventare un regno dove ciò che prevale è l’amore.



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