L’EUROPA CHE VORREMMO

Senza Russia non è Europa

La crisi europea nelle analisi di Elena Basile, Gabriele Guzzi, Lucio Caracciolo e papa Francesco. Un convegno dell’ANPI a Messina

Pubblichiamo una  relazione tenuta all’Università di  Messina  da Raniero La Valle il 14 novembre 2025 a un convegno di studio promosso dall’ANPI:

Quando si dice “l’Europa che vorremmo” è implicito o sottinteso che quella che c’è non ci piace e non è come potrebbe o dovrebbe essere.

In realtà sono molte le critiche che oggi si fanno all’Europa: le ultime sono quelle di due libri molto belli, il primo dell’ambasciatrice Elena Basile, intitolato “Approdo per noi naufraghi”, e il secondo di Gabriele Guzzi, dal titolo: “Eurosuicidio, come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci”: a questi bisogna aggiungere un saggio di Lucio Caracciolo sul “Fatto quotidiano”, di qualche giorno fa:  “L’euro, Maastricht e l’amico Wolfgang”, in cui si ipotizza addirittura l’uscita dall’euro.

Dunque c’è molta carne al fuoco. Ma se per Europa intendiamo in modo specifico l’Unione Europea, allora non solo dobbiamo dire che non è una buona Europa, ma dobbiamo dire che essa non è affatto l’Europa. Perché è un’Europa che finisce alle porte dell’Ucraina, e in cui la Russia  non c’è; e la Russia non c’è non solo geograficamente, quando come aveva ben detto il generale De Gaulle l’Europa finisce agli Urali, va dall’Atlantico agli Urali, ma non c’è  istituzionalmente, dato che non fa parte dell’Unione, e non  c’è politicamente, perché non solo è considerata un nemico, ma addirittura quella che chiamiamo Europa ed Europa non è, la combatte con le sue armi, la vuole strangolare con le sue sanzioni, e si prepara a una guerra contro di essa per il 2030. E questo davvero sarebbe un suicidio per l’Europa. Per di più, da qui al 2030 questa Europa si riarma, vuole destinare alle future guerre 800 miliardi e il 5 per cento del PIL, che invece si potrebbero usare per dare più sicurezza ai suoi cittadini, come dice la signora Maria Zacharova, la portavoce del Cremlino, con grande scandalo e esecrazione generale, anche se poi è una cosa che diciamo tutti, a cominciare da Salvini.

Perciò se vogliamo discutere dell’Europa che vorremmo, dobbiamo parlare di tre cose: l’Europa che non c’è, l’Europa che oggi c’è, e l’Europa che vorremmo domani.

L’Europa che non c’è

L’Europa che non c’è è, come abbiamo detto, quella in cui non c’è la Russia, né geograficamente, né istituzionalmente, né politicamente, e perciò non ci deve essere nemmeno il basso-baritono Ildar Abrakazov, uno dei migliori al mondo, direttore del teatro dell’Opera di Sebastapoli, che doveva cantare nel Don Giovanni di Mozart al Teatro Filarmonico di Verona, e che è stato rimandato a casa dai nostri patrioti europei in quanto è un russo della Crimea. La  Russia non c’è in Europa e non dovrebbe esserci al mondo, dato che la si vuole eliminare con la guerra. Addirittura Biden, il peggiore presidente degli Stati Uniti, come lo definisce Trump – ed è una bella gara su chi sia veramente il peggiore – mandando al fronte l’Ucraina aveva detto che si doveva ridurre la Russia alla condizione di paria, che nella società internazionale divisa in caste, quelle superiori e quelle inferiori, come la vorrebbe l’America, vuol dire essere fuori casta, cioè non solo non esistere ma doversi vergognare di esistere ed essere messa fuori non solo della comunità delle nazioni, ma della stessa umanità. Questa è appunto la funzione della guerra, per la quale il nemico non è più umano, come sta accadendo ora nel genocidio dei palestinesi.

Si dice che a voler mettere la Russia  fuori del mondo è l’America, e non l’Europa, questa nostra mezza Europa; ma purtroppo quest’altra mezza Europa che siamo noi, è su questo in tutto e per tutto d’accordo con l’America, fino al punto che quando Trump ha deciso di uscire dalla guerra contro la Russia perché preferisce fare affari che la guerra, l’Europa si è subito candidata a subentrarle, a fare la guerra in nome proprio trascinandosi dietro beninteso la NATO, perché mai questa mezza Europa riuscirebbe a fare la guerra da sola, come del resto non ci riesce l’Ucraina.

Ora, mentre la Russia geograficamente, istituzionalmente e politicamente non fa parte di questa Europa, anzi nemmeno dovrebbe essere tenuta in vita, invece dal punto di vista culturale, storico, religioso e della vitalità ideale ed economica è più che mai Europa, e certamente ha dato al mondo più di quanto gli abbiano dato altre più addormentate culture europee. E infatti che cosa sarebbe, non dico l’Europa, ma il mondo, senza le icone russe, senza Tolstoj, senza Dostoevskij, senza la rivoluzione d’ottobre e la tradizione del movimento operaio, senza la sconfitta di Hitler a Stalingrado e la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa? Certo, la storia non si può fare con i se e con i ma, perciò non sappiamo come sarebbe il mondo senza la Russia ma, come dice un’esegesi rabbinica nel Talmud, chi fa perire un solo uomo è come se facesse perire il mondo intero; tanto più cancellare un Paese come la Russia, così come il genocidio anche di un solo popolo, come quello palestinese, vuol dire perdere il mondo intero, e quindi è anche un suicidio.

Bisogna aggiungere che l’Europa non è nuova a queste amputazioni, è abituata a farsi a pezzi; parliamo delle guerre dei 100 anni (XIV-XV secolo, anglo-francese), dei trent’anni (finita nel 1648 con la pace di Westfalia) e dei sette anni (nel 1700 per la prima spartizione coloniale del mondo), tutte guerre combattute tra le potenze europee fino alla guerra mondiale del 15-18; ma ricordiamo ora soprattutto la spaccatura dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale consacrata dal discorso di Churchill a Fulton nel 1946 quando l’Europa fu descritta  come spaccata in due dalla cortina di ferro, e questa spaccatura fu istituzionalizzata con l’istituzione della “piccola Europa” dei sei Paesi fondatori della Comunità Economica Europea, Francia, Germania Ovest, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, spaccatura che passava per il muro di Berlino  e divideva il mondo in due blocchi che si terrorizzavano l’un l’altro mediante la minaccia della guerra atomica e finale.

Fatta a brandelli per secoli e secoli, divisa a metà nella guerra fredda, la cosiddetta Europa è dunque ancora oggi senza la Russia; in compenso essa fa sua la guerra di Israele, a cui fornisce armi e legittimazione, rendendosi responsabile di una vera e propria omertà nei confronti del genocidio del popolo palestinese.

Resta da chiedersi perché mai l’inimicizia verso la Russia, ben al di là della competizione strategica che purtroppo è la regola attuale delle relazioni internazionali tra gli Stati, giunge ad essere così congeniale a questa Europa residua; è un’inimicizia quasi istintiva, antropologica, mitica, quale si è vista e manifestata sui giornali lungo tutto il corso di questa guerra d’Ucraina, nelle dichiarazioni di guerra del Parlamento europeo, nella gara per rifornire di armi l’Ucraina, nell’accanimento con cui soprattutto gli inglesi dimostrano di detestare i russi. Si potrebbe pensare che sia un retaggio della guerra fredda, ma questo forse non basta a spiegare l’avversione di adesso; perché altrimenti per i trascorsi nefasti bisognerebbe detestare anche la Germania dell’Est che con Ulbricht non era migliore della Russia di Breznev, oppure la stessa Ucraina, o la Romania a causa di Ceausescu e perché no l’Italia di Mussolini.

Ma non è solo questa l’Europa che non c’è. L’Europa che non c’è, o non c’è più, è l’Europa che ha fatto le grandi rivoluzioni del Novecento, che oggi ha rinnegato e rovesciato. Il Novecento è stato il secolo che, dopo la tragedia delle due guerre mondiali, aveva dato all’Europa e al mondo i progetti di una nuova identità. La prima rivoluzione fu quella del ripudio della guerra, che per secoli e millenni aveva accompagnato tutta la storia umana, e che veniva messa fuori legge dal diritto internazionale, nello Statuto delle Nazioni Unite; e oggi la guerra è tornata;  la seconda è stata la rivoluzione del limite posto alla sovranità degli Stati, fino ad allora considerata come incondizionata e non soggetta ad alcuna autorità superiore, e che veniva invece inclusa in un ordinamento internazionale di Nazioni Unite, mentre oggi ci si fa beffe dell’ONU; e la terza rivoluzione è stata quella dell’eguaglianza, che rovesciava le antropologie della diseguaglianza per natura degli esseri umani, e licenziava la stagione della schiavitù, della società di servi e signori, del sistema castale, della disparità tra i sessi e della discriminazione razziale, mentre oggi si è tornati ai genocidi, si parla di “animali umani”,  e i migranti e gli scartati sono considerati non-persone. Dunque sono in atto delle vere e proprie controrivoluzioni, per cui oggi non si tratterebbe tanto di inventare nuove rivoluzioni, sarebbe già molto bloccare le controrivoluzioni in corso.

E qui, sull’Europa che non c’è, o non c’è più, vorrei fare la prima di tre citazioni di papa Francesco, che all’Europa ha riservato la più grande attenzione: nel suo discorso del 6 maggio 2016, nel ricevere il premio Carlo Magno, il papa disse che nel Novecento, l’Europa aveva “testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia”. Ma oggi, aggiungeva, “questa «famiglia di popoli», …, sembra sentire meno proprie le mura della casa comune”, e nel 2023 nel discorso di Lisbona per la giornata mondiale dei giovani, gridava all’Europa, anche se “con affetto”: “verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo? E ancora, allargando il campo: quale rotta segui, Occidente? La tua tecnologia, che ha segnato il progresso e globalizzato il mondo, da sola non basta; tanto meno bastano le armi più sofisticate, che non rappresentano investimenti per il futuro, ma impoverimenti del vero capitale umano…, quello dell’educazione, della sanità, dello stato sociale. Si investe più sulle armi che sul futuro dei figli. Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza”: dunque un sogno, non certo l’Europa di oggi.

L’Europa che c’è

E ora veniamo all’Europa che c’è, all’Europa che viene da Maastricht e che vuole fare la guerra alla Russia. L’Europa che c’è la possiamo raccontare servendoci delle tre fonti che abbiamo citato all’inizio. Il libro di Elena Basile analizza il lungo declino dell’Unione Europea che però si è innestato su un errore dello stesso pensiero fondatore, che ha preferito affidarsi al movente economico e speculativo piuttosto che a quello politico e istituzionale, in un assoluto deficit di democrazia e rappresentatività, fino alla catastrofica pattuizione di Maastricht. Secondo Elena Basile   grazie all’impostazione datale da Jean Monnet, l’Europa ha scelto la cooperazione in singoli settori, il carbone, l’acciaio, il mercato, invece che dare il via a una costruzione politica e federale, e ha creato una moneta unica, l’euro, in una regione economicamente disomogenea, risolvendo l’antitesi creditori-debitori a favore dei primi. Inoltre, oggi la Commissione che governa l’Unione Europea manca di legittimità democratica e finisce per accentrare il potere in una burocrazia asservita ai potentati economici. Cinghia di trasmissione tra lobby e Stati nazionali, l’Unione Europea impone decisioni cruciali di politica economica e di politica estera superando i meccanismi democratici propri degli Stati nazionali. Tutto ciò, secondo l’ambasciatrice, rischia di porre fine al liberalismo, al multilateralismo, alle Costituzioni democratiche nate nel secondo dopoguerra, all’Europa sognata da tanti umanisti. 

Quanto al libro di Gabriele Guzzi, secondo Lucio Caracciolo la sua tesi sarebbe che “L’Europa non è in crisi: è la crisi”. La sua è una diagnosi lucida e impietosa del fallimento strutturale dell’Unione Europea per come è stata concepita e realizzata: e questa critica al modo in cui l’Unione Europea è stata fondata in realtà è a tutti comune.

Secondo Guzzi, come lo riassume Lucio Caracciolo, l’attuale marginalità economica e geopolitica dell’Italia -ma anche dell’Europa stessa – non è un esito accidentale, ma la conseguenza delle scelte fondativi di questa integrazione europea. L’Unione Europea non è stata in effetti la salvezza promessa: al contrario sarebbe diventata la principale artefice del nostro declino, privando l’Italia di strumenti indispensabili non solo per sostenere la propria economia, condannandola a decenni di stagnazione, ma anche per assicurare l’efficace funzionamento del suo sistema democratico. Le idee che guidano l’attuale costruzione europea – a partire proprio dalla moneta unica – rappresentano così le cause più profonde del suicidio che il continente sta oggi mettendo in atto in tutti i principali ambiti politici, industriali e geopolitici, dalla guerra in Ucraina alla guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il libro, continua Caracciolo, affronta senza infingimenti la grande mistificazione del discorso europeista, l’idea che l’Unione Europea sia stata un fattore di pace, progresso e modernizzazione. Al contrario. Guzzi ne ricostruisce la natura ideologica e dogmatica, fino a proporre una vera e propria teologia politica dell’euro come surrogato spirituale di una classe dirigente priva di visione.

Né da meno nella critica è lo stesso Lucio Caracciolo nel recente articolo del “Fatto quotidiano”. Secondo la sua ricostruzione l’euro è stato varato dopo la fine della guerra fredda e la riunificazione della Germania per impedire che il marco tedesco e la Banca centrale tedesca diventassero di fatto la moneta e la Banca centrale europee ricostruendo la “grande Germania”. Ciò nonostante, proprio questo è avvenuto, l’economia tedesca si è posta al centro dell’area europea grazie a un‘eccedenza di esportazioni e a un drenaggio di denaro che impoverendo i nostri mercati hanno finito per danneggiare l’intera economia europea poi messa in crisi dalla guerra d’Ucraina, dalle sanzioni alla Russia, e dal costo dell’energia, a cui oggi si cerca di rispondere rilanciando l’industria militare.

Ed è a questa Europa che c’è che si è rivolta la critica di papa Francesco che nel ricevere il Premio Carlo Magno ha lamentato di vedere un’Europa stanca e invecchiata, decaduta nei suoi ideali e nella sua capacità generatrice e creatrice, tesa a dominare spazi più che a generare processi capaci di dare alla luce un nuovo umanesimo,

L’Europa che vorremmo

All’Europa che ancora non c’è, l’Europa che vorremmo, è dedicata la riflessione di questa intera giornata. E qual è l’Europa che vorremmo in molti l’abbiamo detto, dall’ex vescovo di Mazara del Vallo mons. Domenico Mogavero, a mons. Raffaele Nogaro, già vescovo di Caserta, a Domenico Gallo, ad Alex Zanotelli, a Enrico Peyretti, a “Pax Christi a “Russia ecumenica” e a centinaia di altri in una lettera all’Europa che abbiamo scritto il 21 marzo scorso e pubblicato sul sito “Prima loro”, lettera a cui vi rimando.

Poi ci sono le proposte di Elena Basile, di Gabriele Guzzi, di Lucio Caracciolo, del papa, di cui abbiamo visto le critiche.

Per Elena Basile si tratterebbe di procedere a una profonda riforma dell’Unione Europea, capace di infondere democrazia nelle istituzioni esistenti ed effettiva rappresentanza ai popoli europei, a partire da una liquidazione di Maastricht,: un’Europa federale, politica, sociale e democratica, costruita da una classe dirigente diversa da quella attuale, alternativa alla NATO, tale da costituire “un polo laico, libertario e socialista” del mondo futuro, un’Europa  che non giochi a fare la grande Potenza in “competizione strategica” con le altre, ma si pensi come una comunità di popoli inserita e operatrice di giustizia e di pace nell’intera comunità delle Nazioni.

Per Guzzi si tratterebbe di superare l’attuale costruzione europea, riconoscendo gli errori del passato e disfacendo con coraggio ciò che non funziona ai fini di una nuova cooperazione tra Stati fondata su giustizia, democrazia e pace.

Per Lucio Caracciolo sarebbe giunto il tempo della responsabilità. L’euro non è eterno. Come nessun’altra moneta non è “irreversibile” Altrimenti gireremmo ancora col sesterzio in tasca. Si tratterebbe quindi di aprire una discussione sulla crisi del sistema europeista che colpisce le nostre legature sociali, istituzionali e geopolitiche.

Per papa Francesco si tratta di aggiornare l’idea di Europa, soprattutto facendo la scelta della pace, del multilateralismo, facendole svolgere un ruolo di pontiere e di paciere per il mondo, facendo riconciliare i fratelli nemici.

A questo punto dovrei dire qual è la mia proposta, qual è l’Europa che vorrei io. Prima di tutto, come avete capito, vorrei un’Europa con la Russia, e dunque con il rublo, con il gas russo, con la nonviolenza di Tolstoj, con il basso-baritono Ildar Abrakazov, con la fine della guerra in Ucraina; e questo mi sembrerebbe nell’immediato il fattore capace di far scattare il maggiore cambiamento. Per il resto mi sembrano valide la maggior parte delle critiche e delle proposte che vi ho riferito, a cui però io proporrei un’alternativa radicale, un rovesciamento. E il rovesciamento consiste nel cambiare l’impresa stessa a cui ci dobbiamo accingere, facendone non più l’impresa di cambiare l’ordine esistente, ma quella di cambiare l’obiettivo, di proporsi un altro punto d’arrivo.

Ciò che oggi è comune a tutti i progetti di rinnovamento europeo è di “completare la costruzione europea”, fino a farne un Super-Stato; si tratterebbe cioè di portare a compimento il cammino che dalla pluralità degli Stati Europei attraverso la loro unione va verso un’Europa concepita come un unico Stato, uno Stato pienamente realizzato; cioè un’Europa che come ogni altro Stato dovrebbe avere una sua sovranità uguale e concorrente con quella degli altri Stati e Potenze sovrane, dovrebbe avere una difesa comune, una politica estera comune, e soprattutto un esercito europeo, non certo per risparmiare sulle spese per la difesa dei singoli Stati, ma perché uno Stato senza esercito non è uno Stato, e non potrebbe disporre dello ius ad bellum che sarebbe una caratteristica essenziale che fa la differenza e l’identità dello Stato moderno.

La mia idea alternativa è che l’Europa non deve affatto tendere a diventare uno Stato come gli altri, ma deve essere precisamente l’occasione per generare un’altra e più alta forma di unità politica statuale, e ciò per la buona ragione che anche gli Stati esistenti, che nel loro concerto ci stanno portando alla rovina, dovrebbero cambiare natura e volontà politica.

Lo Stato moderno, sia pure con tutte le correzioni democratiche e costituzionali che abbiamo evocato all’inizio e che fanno la sua gloria, è ancora lo Stato sovrano, il Dio mortale, il Leviatano della dottrina moderna dello Stato costruita da Thomas Hobbes, è lo Stato della ragion di Stato, dei Servizi Segreti, la Persona collettiva che avoca a sé tutta la violenza che al suo interno vuole combattere, è lo Stato della moderna polizia, come lo definisce Carl Schmitt, il grande teorico dell’ordine pubblico europeo. Come sovrano che non riconosce un terzo al di fuori di sé che ne possa dirimere i conflitti, gli è congeniale la guerra, un lungo periodo di pace è considerato come un disvalore perché infiacchisce il popolo, come dice perfino il Corriere della Sera, ci vuole uno Zelensky che sceglie l’olocausto e lo chiama difesa.

Ora, fare un’Europa così, sovrana tra i sovrani, potenza tra le potenze. Leviatano tra i Leviatani, un’Ursula tra Trump e Netanyahu non solo sarebbe una catastrofe politica per la pace e la stessa sussistenza del mondo, ma sarebbe anche un errore teorico. Come nasce infatti lo Stato moderno, lo Stato civile che noi conosciamo? Nasce, dome dice Hobbes, dallo stato di natura, dove tutti sono contro tutti, c’è una violenza incontrollata, una uccidibilità generalizzata, homo homini lupus. E qui scatta il lume della ragione, i lupi diventano cittadini, allo Stato essi consegnano la propria sicurezza, in cambio gli danno la loro obbedienza. La legittima difesa, tanto esaltata da Salvini, non è lo Stato esaltato dalla destra, è il fallimento dello Stato.

L’errore teorico di chi dell’Unione Europea vuole fare uno Stato come gli altri, è che l’Europa di oggi non è lo stato di natura, è già lo stato civile, essa ha già risolto al suo interno il problema della lotta di tutti contro tutti, e sappiamo a che prezzo,  ed è abbastanza matura e civile per poter riconoscere nella comunità internazionale che viene dalle tre rivoluzioni che abbiamo detto non uno stato selvaggio, non una giungla di bestie feroci, ma una comunità di popoli da stabilire nel diritto e nella pace.

La dottrina politica non è forse ancora matura per ideare una tale evoluzione della teoria dello Stato. Ma è un’impresa a cui bisognerebbe dedicare tutta l’inventiva, anche più che all’Intelligenza artificiale. Probabilmente si tratta di declinare diversamente il rapporto tra lo Stato e un territorio, Fare della propria terra un assoluto, consacrandosi a difenderne ogni singolo centimetro, è evidentemente  un0’aberrazione, capace di finire in genocidio, come in Palestina ma anche in Ucraina o in Sudan; , si tratta di concepire lo Stato piuttosto come una comunità di ordinamenti, come una collegialità di poteri diversi, tra diverse lingue tradizioni e culture.   

Non è detto perciò che l’Europa debba continuare a pensarsi come un Super-Stato, sovranità e guerra, nella forma micidiale degli ultimi secoli. Se si mette mano alle riforme potrebbero aprirsi processi diversi, sia in rapporto con i BRICS, sia nella prospettiva di una Comunità euro-mediterranea estesa a Israele e Palestina, finalmente in pace tra loro, sia nella costruzione di una comunità politica che nella ricchezza delle sue differenze coincida con l’umanità tutta intera.

Su questa linea di pensiero naturalmente si possono proporre scenari diversi, sia quanto al realismo delle riforme possibili, sia quanto al modello ideale che si vorrebbe realizzare, e ognuno, e anche ciascuno di voi, può metterci del suo.

Allora si può forse vedere già albeggiare, come dice Carl Schmitt, quel giorno felice in cui il Leviatano, dopo tutto, può essere macellato (C, Schmitt, Sul Leviatano, pag. 71).

Raniero La Valle

3 risposte a “Senza Russia non è Europa”

  1. Avatar Anna Giordano Ciancio
    Anna Giordano Ciancio

    L’Europa che doveva essere costruita dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale ha mancato il suo obiettivo, ossia, un’Europa federale, o meglio una Federazione degli Stati di Europa, in cui la sovranità dei singoli Stati doveva seguire un ordinamento comune, in cui erano previste regole in osservanza piena dello stato di diritto (rule of law), , regole che stabilivano l’ambito di una politica di difesa comune, basata su istituzioni non miranti solo a obiettivi di politica monetaria ed economica, ma dirette alla creazione di una armata europea di difesa.

  2. Avatar Pier Giorgio Pacini
    Pier Giorgio Pacini

    Niente da eccepire pensiero conseguente ad una ferma volontà e ricerca di sviluppo in avanti verso un’Europa come comunità di rapporti sociali e condivisioni sostanziali sulla vita e le sue reali necessità, che tragga le sue ragioni da un profondo umanesimo conseguente e alleato del creato. Democrazia sostanziale nel rispetto dei diritti individuali e collettivi. Un’Europa di tutta l’Europa, reinnestando le amputazioni. Speranza e utopia fattive sono doti essenziali per chi vuole andare oltre il presente.

  3. Avatar Caterina Siligardi e Sandro Spreafico
    Caterina Siligardi e Sandro Spreafico

    Riflessione formidabile.Grazie.

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