Le realtà perverse alla base del genocidio di Gaza. Ma rinasce una politica alternativa.
Carlo Galli
Al pogrom di Hamas, tanto folle quanto criminale, Israele ha dato una risposta che trascende perfino la strategia del “cane pazzo”, e assume tratti teologico-politici. Nella retorica della destra religiosa israeliana i palestinesi hanno i tratti di Amalek, la prima tribù che ha mosso guerra agli ebrei nella Terra promessa, i nemici mortali che sono l’incarnazione del Male, combattuti “di generazione in generazione” e definitivamente sterminati per volontà di Dio dai re di Israele. In parallelo si profila la congiunzione tra questa teologia e un’altra, anch’essa biblica: la teologia economica della orgiastica valorizzazione monetaria, la costruzione del Vitello d’oro; ovvero, l’immane speculazione edilizia che progetta di erigere grattacieli di stampo trumpiano sulle macerie di Gaza, svuotata dai superstiti “volontariamente” allontanatisi dalle loro case ridotte in rovina. L’assurdo incontro di due teologie contrapposte avviene all’insegna del ritorno della politica come onnipotenza della violenza e della mercificazione: una politica che passa sopra l’umanità come un fato invincibile, come un destino di annientamento, davanti al quale non si può che chinare il capo. A questa irresistibile marcia congiunta della morte e del profitto una buona parte del mondo non è particolarmente interessata — le potenze orientali e lo stesso mondo arabo — , mentre l’Occidente, dopo avere applaudito (“Israele fa il lavoro sporco per noi”), ora è paralizzato e impotente e, balbettando rimproveri a mezza bocca, continua la collaborazione militare e di intelligence con lo Stato ebraico — che, prigioniero del proprio parossismo, reagisce alle critiche equiparandole al terrorismo e all’antisemitismo — . È evidente la convergenza fra un mondo che si volta dall’altra parte e che desidera dimenticare, e Israele che, biblicamente, vuole cancellare anche il ricordo di Amalek.
Ma c’è un altro ritorno della politica. Come per contagio, per reazione, alla politica di Gaza si contrappone la politica di Genova. In alternativa a una politica prigioniera della violenza e della sottomissione, c’è la politica della forza, della liberazione; c’è una politica che vuole porsi come interruzione dell’inesorabile avanzare di potenze che travolgono vite e destini; una politica che è un cambio di rotta, una decisione, una presa di posizione. È la politica presente nelle parole, negli atti, nelle promesse, con cui a Genova è stata salutata la partenza di una parte della Global Sumud Flotilla per Gaza. Il portavoce del Collettivo autonomo dei portuali, Riccardo Rudino, ha risposto alle minacce israeliane di internare i naviganti in carceri durissimi, come terroristi, promettendo di “bloccare tutto”, di impedire la partenza verso Israele delle decine di migliaia di container che ogni anno salpano dalla Liguria: “Non esce un chiodo”. E ha esplicitamente preso la Resistenza (“Sumud” in arabo ha un significato simile) come modello di questa decisione.
Parole che da tempo non si udivano, semplici, ferme, cariche non di minaccia ma di energia politica e di passione civile: un’energia testimoniata dalla preponderanza della dimensione del dovere (di portare soccorso a chi soffre), dalla pratica collettiva dell’azione (una manifestazione imponente, la presenza del sindaco, il lavoro comune e volontario dei portuali), la spontaneità dal basso, la rischiosità oggettivamente gravissima dell’impresa. Una risposta politica che scommette che il corso del mondo non travolga l’umanità, come una fatalità onnipotente; che spera che ci sia ancora spazio per cambiare la storia. Certo, è solo una speranza, una luce in un oscuro crepuscolo. Ma qualcosa è davvero successo. Si è visto che è possibile dire di no, e al contempo dire di sì, collettivamente. Che è possibile agire, prendere posizione, assumersi responsabilità, rischiare. Che c’è ancora chi reagisce non solo a stimoli mediatici e a problemi economici, ma conserva anche la forza della decisione, l’istinto della libertà e della fraternità. E si è visto, infine, che questo agire, questo sentire, non proviene da un esausto circuito istituzionale (non da Roma, che minimizza appunto il lato politico della vicenda; non da Bruxelles) ma dalla coscienza di donne e uomini non rassegnati. Che, insomma, c’è ancora la politica e che esiste anche un popolo non populista.


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