IL TEMPO DELLE COSE IMPREVEDIBILI

A Gaza Dio c’è

Il significato della lettera di suor Giovanna di Ma’in: dobbiamo mobilitarci; dobbiamo convertirci. Il baricentro non è a Roma, è a Gaza.

Mi sono chiesto a lungo perché papa Francesco ogni giorno chiamasse Gaza. Certo: per essere lì, per confortare, per condividere la prova, per portare nel modo più visibile la presenza della Chiesa.

Ma nel vecchio papa che, in punto di morte, parla ogni giorno con questo enorme campo di sterminio dove è in corso un genocidio – un genocidio perpetrato anche dagli Stati occidentali che si dicono cristiani, anche dall’Italia – c’è qualcosa di più. E io credo che fosse questo: Francesco sentiva che Dio è a Gaza. Non solo nella parrocchia di Gaza, sia chiaro. In tutto quel popolo, senza distinzioni di fede o appartenenza. In quella terra che ha conosciuto i piedi della Sacra Famiglia che fuggiva in Egitto: incalzata, anche allora, da un massacro di bambini. Dio – lo sappiamo – è in ogni luogo, ogni singolo corpo umano è tempio di Dio.

Ma mentre l’Occidente ricco e potente attraversa una lunga notte di Dio, mentre Dio sembra non farsi trovare nemmeno nelle nostre chiese, a Gaza, con ogni evidenza, Dio c’è. Nella passione e morte di Gaza, c’è il Dio dei vivi. Il Dio giusto giudice. Il principe della pace.

«Spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme, lo spirito di grazia e di supplicazione; essi guarderanno a me, a colui che essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio come si fa cordoglio per un figlio unico, e lo piangeranno amaramente come si piange amaramente un primogenito». Le parole dell’Eterno in Zaccaria 12, le parole che Giovanni riferisce al Cristo sulla Croce, sembrano la più profonda spiegazione dello sguardo di papa Francesco, e del nostro sguardo, che non riusciamo a distogliere da Gaza, che noi stiamo massacrando: «poseranno lo sguardo su Colui che hanno trafitto».

Le parole di Giovanna, monaca della Piccola famiglia dell’Annunziata del Monastero di Ma’ in, in Giordania, risuonano in questa direzione:

“Perdonatemi se vi scrivo ancora, è la terza volta. Ma lo faccio con il cuore sempre più pesante. Le notizie che arrivano sono ogni giorno più dolorose, più atroci. Ieri sera Netanyahu ha approvato un nuovo attacco su Gaza, per «distruggere tutto».

Io non ce la faccio più a restare ferma. La mia coscienza mi tormenta, perché questo restare inerti – questo non fare nulla – ci rende complici. Complici di un genocidio. Mi è stato detto più volte: «Tanto non serve a nulla». Ma questa frase è intrisa di una rassegnazione che non possiamo più permetterci. È un grido disperato che paralizza ogni possibilità di agire. E invece dobbiamo credere che ogni gesto di verità, ogni preghiera pubblica, ogni appello sincero possano rompere l’assuefazione, risvegliare le coscienze e forse anche spingere chi ha potere a muoversi.

Non possiamo cedere alla logica dell’impotenza. Non possiamo tacere.

Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente. Non mi do pace al pensiero che da parte delle comunità religiose non sia nata alcuna iniziativa concreta. Forse perché ci siamo abituati a pensare che la testimonianza debba essere «interiore», «silenziosa», «nascosta». Ma oggi, davanti a una tragedia di queste proporzioni, non c’è nulla di più scandaloso del silenzio religioso. Forse si teme di «esporsi troppo», di «entrare nel politico», di «rompere gli equilibri» […]

Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità. E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza. Decine di migliaia di morti, bambini mutilati nel corpo e nell’anima, ospedali distrutti, famiglie cancellate. Tutto questo accade nel silenzio – o nella complicità – di molti poteri, anche religiosi.

Non basta più dirsi «in preghiera». Non basta condannare «la violenza in generale». Dove siamo noi, mentre un popolo viene annientato? Dove sono le nostre comunità, le nostre diocesi? Dove sono le parole profetiche? Dove sono i gesti concreti?

La Chiesa non è un’organizzazione fra le altre, né un’istituzione neutrale: è il Corpo di Cristo. E allora, forse è arrivato il momento di mettere il nostro corpo accanto a quello crocifisso dell’umanità. Non possiamo restare lontani dal pianto degli innocenti.

Vi supplico ancora di prendere contatto con le comunità sorelle, con altre comunità religiose. E ancora vi ripropongo quello che da mesi mi sembra l’unico gesto possibile: radunare un centinaio tra religiose e religiosi, e andare a Roma, davanti al Quirinale, a pregare giorno e notte, a leggere i Salmi e il Vangelo. A chiedere con la forza mite della preghiera che il governo italiano interrompa ogni vendita di armi a Israele, che si rompano i legami economici con chi porta avanti un’opera di annientamento.

E poi, andiamo anche in piazza San Pietro, con cartelli semplici, diretti, che chiedano al Papa di muoversi: – di andare a Gaza;
di condannare pubblicamente Israele; di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio. Stiamo lì, giorno e notte, a leggere i salmi e il Vangelo. Se la nostra arma è la preghiera, allora è il momento di usarla in modo visibile. Ma se a qualcuno avesse una idea migliore ben venga, ma non possiamo rimanere tranquilli nei nostri conventi. Forse anch’io mi sento stanca, scoraggiata, delusa. 
Ma la mia coscienza non mi lascia in pace. 
E un giorno i nostri figli – o i bambini sopravvissuti di Gaza – ci chiederanno: «E tu, dov’eri?». Vi prego: fate girare questa lettera a tutti i fratelli e le sorelle e anche alle comunità sorelle.
Pregate per me!”

Sono parole che hanno due chiavi di lettura. Quella, urgente, di una mobilitazione piena della Chiesa nel mondo. Una mobilitazione che, lo dico da cristiano, non c’è. Ma ne hanno anche un’altra, per così dire anagogica. Una che porta in alto lo sguardo: verso Colui che abbiamo trafitto. Il senso spirituale di queste parole è: dobbiamo convertirci. Convertirci a Gaza! Lo sguardo verso Colui che abbiamo trafitto è uno sguardo di conversione. Lo sguardo verso Gaza è uno sguardo di conversione. Uno sguardo di metànoia: di capovolgimento totale delle nostre convinzioni profonde, delle nostre priorità, del nostro modo di sentire e vedere. Gaza è il margine, la pietra scartata dal costruttore, la pietra d’inciampo. Cristo è a Gaza. Scrive Gustavo Gutiérrez, in Teologia della liberazione:

“Una spiritualità della liberazione sarà imperniata sulla conversione al prossimo, all’uomo oppresso, alla classe sociale sfruttata, alla razza disprezzata, al Paese dominato. La nostra conversione al Signore passa attraverso questo movimento. […] Convertirsi è sapere ed esperimentare che, contrariamente alle leggi della fisica, si sta in piedi, secondo l’evangelo, solo quando il nostro baricentro cade fuori di noi.”

Ecco, il nostro baricentro non è a Roma: è a Gaza.

Ecco perché papa Francesco, guidato dallo Spirito di profezia, chiamava Gaza; voleva andare a Gaza; non essere separato da Gaza. Il titolo che ho scelto viene da una intervista del febbraio 2025 allo scrittore israeliano David Grossman. A chi gli chiedeva ragione, sul piano razionale, della sua speranza di una convivenza tra due Stati, Israele e Palestina, egli rispondeva: «La sua è un’osservazione realistica. Ma questo è il tempo delle cose imprevedibili, non del realismo». E Mahmud Darwish, il poeta della nazione palestinese, ha profetizzato, una volta: «Quando faremo pace rideremo di tutto questo […] Gli israeliani non sono più le stesse persone di quando arrivarono, e i palestinesi non sono più le stesse persone di un tempo. Nell’uno si trova l’altro». Come ha scritto Jürgen Moltmann, «non serve la disperazione che dice ‘in fondo tutto rimane sempre uguale’, ma serve soltanto il correttivo della salda speranza che si articola in pensiero e azione». E aggiungeva: «il realismo, e men che meno il cinismo, non sono mai stati buoni alleati della fede cristiana». Sembra assurdo dirlo: ma Gaza è un luogo di speranza. È il luogo di speranza. Le parole della monaca Giovanna sono parole colme di speranza: la speranza di chi vede nella Croce l’unica speranza, e dunque non si adatta al mondo così com’è. Leggiamo ancora Moltmann:

Ave crux, unica spes! Ma d’altra parte ciò significa che colui che ha questa speranza non potrà mai adattarsi alle leggi e alle fatalità ineluttabili di questa terra: né al carattere inevitabile della morte né al fatto che il male generi sempre altro male. La risurrezione di Cristo non è per lui soltanto una consolazione in una vita minacciata e destinata alla morte, ma è anche l’atto con cui Dio contraddice la sofferenza e la morte, l’umiliazione e l’insulto, e la malvagità del male. Per la speranza Cristo non è soltanto una consolazione nella sofferenza ma è anche la protesta della promessa di Dio contro la sofferenza. Se Paolo chiama la morte l’‘ultimo nemico’ (1 Cor. 15,26), bisogna d’altra parte proclamare che il Cristo risorto, e con lui la speranza della risurrezione, sono i nemici della morte e di un mondo che vi si adatta. La fede riprende questa contrapposizione e diventa essa stessa una contraddizione al mondo della morte. Perciò la fede quando si esplica nella speranza non rende l’uomo tranquillo ma inquieto, non paziente ma impaziente. Essa non placa il cor inquietum ma è essa stessa questo cor inquietum nell’uomo. Chi spera in Cristo non si adatta alla realtà così com’è ma comincia a soffrirne e a contraddirla. Pace con Dio significa discordia con il mondo, poiché il pungolo del futuro promesso incide inesorabilmente nella carne di ogni incompiuta realtà presente. […] Questa speranza fa della comunità cristiana un elemento di perenne disturbo nelle comunità umane che vogliono diventare una ‘città stabile. Essa fa della comunità la fonte di impulsi sempre rinnovati tendenti a realizzare il diritto, la libertà e l’umanità quaggiù, alla luce del futuro che è stato annunciato e che deve venire”.

Non parlare di Gaza, in tempo opportuno e in tempo non opportuno (per usare le parole di Paolo), non essere a Gaza continuamente con il cuore, non desiderare andare a Gaza significa peccare contro la speranza: cioè adattarsi al mondo com’è. Se abbiamo speranza, allora dobbiamo predicare che il Risorto è nemico del genocidio del popolo palestinese: è irriducibile a questo scandalo di una morte violenta inflitta dai potenti sugli inermi, di questa strage di massa, di questo satanico trionfo del male.

«Non è tanto il peccato che ci conduce alla perdizione, diceva Giovanni Crisostomo, quanto piuttosto la mancanza di speranza». Ecco perché Francesco chiamava Gaza, ogni giorno. È in questa inquietudine che sentiamo il sussurro dello Spirito. Non nel tuono, non nel fuoco: ma nel sussurro di un vento quasi impercettibile. Come la voce di Gaza, sempre più flebile: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Francesco a Gaza voleva andarci. Lo avrebbe fatto: ma è andato in Cielo. È morto: forse l’unico modo per andare a Gaza, nella pienezza di comunione di una passione condivisa.

In questo movimento verso Gaza, in questo movimento estremo, in questa conversione a Gaza, vedo una figura potente della Chiesa: di una Chiesa che rifiuta la stabilità e la sicurezza. Di una Chiesa migrante. Leggiamo ancora Moltmann:

“Chiedendoci quale debba essere nella società moderna la forma concreta di una vissuta speranza escatologica vogliamo attirare l’attenzione sulla nozione centrale di ‘comunità dell’esodo’ perché esprime la realtà della cristianità intesa come ‘popolo di Dio migrante’, secondo la descrizione che ne dà l’Epistola agli Ebrei: «Usciamo quindi fuori del campo e andiamo a lui portando il suo vituperio. Poiché non abbiamo qui una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Ebr. 13, 13 ss.). Qual è il significato di queste parole in rapporto alla struttura sociale e al compito etico-sociale della cristianità nella ‘società moderna? […] Qua si decide se la cristianità può diventare un gruppo conformista, o se il suo esistere nell’orizzonte della speranza escatologica la rende capace di resistere al conformismo, e se la sua presenza ha qualcosa di particolare da dire al mondo»”.

Questa Chiesa migrante – questa Chiesa che assume la forma del migrante, cioè di chi è più (riprendiamo Isaia): «Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia», il Cristo –, questa Chiesa migrante è in cammino verso Gaza, o non è. Questa Chiesa è capace di speranza se esce dalla città stabile del potere occidentale e del privilegio coloniale, e va verso Gaza. Questa Chiesa è capace di speranza, se vede il Cristo dov’è. E se, pur avendolo rinnegato tre volte prima che il gallo canti, poi prende la sua croce, e lo segue. Nell’inferno di Gaza, la speranza possibile è quel Dio «che fa rivivere i morti, e chiama all’essere le cose che non sono» (Epistola ai Romani). La speranza in un inizio nuovo, scardinante, escatologico: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse, 21,5). In Vita activa, Hannah Arendt, scrive pagine altissime sulla speranza dell’inizio: quella della nascita. Quella di un bambino che per i cristiani è l’inizio degli inizi, il Dio che pianta la sua tenda tra le nostre, quel Dio che si fa carne. Quel Dio «che fa rivivere i morti e chiama all’essere le cose che non sono». Scrive Arendt:

“La facoltà di iniziare qualcosa di nuovo ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare. […] Il miracolo che salva il mondo, – il dominio delle faccende umane – dalla sua normale, naturale, rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’avvento: “un bambino è nato per noi”»”.

A Gaza può ricominciare un’umanità che si riconosce nella sofferenza, lontana dai poteri, abituata ai margini. A Gaza, dove si compie e si compendia oggi tutto il male del mondo, dove il male perpetrato anche dai cristiani e in nome dei valori e delle radici cristiane sembra cancellare anche solo la possibilità di Dio – come ad Auschwitz, come ad Ayacucho (dove la povertà assoluta è solo morte). Proprio a Gaza c’è la speranza di un nuovo inizio, di una nascita scardinante: la speranza di una Chiesa che non si adatti al genocidio, che soffra, contraddica, gridi. La speranza di una Chiesa che si converta a Gaza, liberandosi da ogni colonialismo, da ogni forma di dominio maschile (quel possesso che è all’origine di ogni forma di dominio violento), di potere umano, umano rispetto. Una Chiesa che – come profetava papa Francesco – vuole andare a Gaza. Porre là – fuori, e non già dentro di sé – il proprio baricentro. Una Chiesa che abbia il coraggio di guardare Gaza: «alzeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto».

Tomaso Montanari

18 risposte a “A Gaza Dio c’è”

  1. Avatar Marco de biase
    Marco de biase

    Grazie per questo forte messaggio di speranza La Chiesa e’ interpellata Speriamo con tutta la nostra fede

  2. Avatar Ombretta Peciola
    Ombretta Peciola

    Ci vorrebbe un papa come Francesco, non l’attuale… non a caso, scelto americano

  3. Avatar Eliana Princi
    Eliana Princi

    Sono davvero grata al professor Montanari perché ha dato voce all’angoscia di questo anno, ha scritto anche per me, ha parlato anche di me, di noi tutti che abbiamo partecipato a marce, veglie di preghiera, abbiamo acceso candele, vestito la casa di sudari, messo bandiere, fatto rumore. Ogni giorno per Gaza. Sono docente e insieme ad altri colleghi abbiamo fondato il coordinamento pistoiese Scuole per la Palestina, cerchiamo di mettere sempre Gaza all’ordine del giorno, lo stiamo facendo anche nei primi collegi docenti delle nostre scuole. Domenica scorsa, 31 agosto, a Pistoia eravamo circa mille in marcia per la Palestina. Come credente mi identifico, con stupore e sgomento, nelle parole della monaca Giovanna: i cristiani sono milioni a ogni latitudine, una forza enorme nella preghiera, una fiaccola potente dello Spirito, bisogna pregare, sperare, guardare in alto, tutti insieme. In alto, cioè verso Gaza.
    Grazie di cuore

  4. Avatar Barbara Zucchini
    Barbara Zucchini

    Quanta verità in quello che ricorda Montanari e quanti Celestini V nella Chiesa di oggi! Nessuno è innocente davanti a questo orrore che la storia ricorderà.

  5. Avatar Giorgio Marco
    Giorgio Marco

    Sabato 27 Settembre ore 17.30 a Pomigliano D’arco organizziamo una manifestazione che inizia da una libreria in via M.K.Gandhi 18 Pomigliano d’Arco
    e attraversa la strada dove furono le case degli operai, fino ad arrivare alla piazza della Circumvesuviana di Pomigliano d’Arco.
    Una strada dritta come dritta è la coscienza.
    Ma qualsiasi altra cosa possiamo fare siamo a disposizione

  6. Avatar Mauro Matteucci
    Mauro Matteucci

    Grazie, Tomaso. Un messaggio di speranza e di umanità di fronte alle macerie prodotte dalla disumanità.

  7. Avatar Francesco Zanchini di Castiglionchio
    Francesco Zanchini di Castiglionchio

    Papa Leone si alzi, alla fine: Roma è a Gaza, luogo di martirio. Vada a Fiumicino e navighi per la Sicilia, a imbarcarsi sulla Flotilla dei santi. Deus vult!

  8. Avatar Delia G.
    Delia G.

    Parole sacre.
    Grazie.
    A Gaza per un nuovo inizio dell’ umanità.
    Grazie ,le sue parole mi hannoi scritto dentro nel profondo

  9. Avatar Angela Bello
    Angela Bello

    Grazie per la condivisione, sono del tutto d’accordo.
    Angela Ales Bello, presidente del Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche, Roma

  10. Avatar Cristina
    Cristina

    Grazie, grazie, grazie! Per le parole rivolte al mondo cristiano che sembra non aver capito lo spirito dei tempi e resta immobile ad aspettare : che cosa? Una resurrezione? Questa parte dai nostri cuori e poi arriva anche al corpo per intraprendere azioni a sostegno dei nostri fratelli che incarnano Gesù, sulla croce. Grazie ancora

  11. Avatar Porro lucia
    Porro lucia

    Sentito, vero, profondo. Scuote le coscienze. Verissimo oltre la preghiera, la fede, la speranza è importante l’ azione, esserci a Gaza. Plauso a chi è sul campo rischia la vita a chi si imbarca per arrivare a Gaza a urlare tutto il dissenso per questo genocidio in attimo

  12. Avatar Barbara Romanini
    Barbara Romanini

    Ringrazio il professor Montanari, che seguo e leggo ogni qual volta ne ho l’occasione, per questo scritto profondo che continuerò a leggere per un po’ e che spero di riuscire ad utilizzare come “partenza”.

  13. Avatar Vittoria
    Vittoria

    Se a Tor Vergata, qualche settimana fa, un milione di voci giovani si fossero alzate, unite in una domanda insistita – come la vedova al giudice !- …. . . e c’era una ‘guida’ autorevole : ma è stato silenzio mascherato….Dobbiamo vigilare che questo veleno serpeggiante non ci contamini: come ? L’ha detto suor Giovanna, Tomaso Montanari, la Flotilla, e tanti altre/i, con la parola e l’azione.

  14. Avatar ersilia bosco
    ersilia bosco

    OH… ma davvero “A Gaza Dio c’é” ? Vedo morte sofferenza per fame , lutto, ferite nell’anima. la distruzione della case e della dignità di un intero popolo cacciato dalla propria terra come stracci vecchi, senza valore. Si replica la barbarie del genocidio degli ebrei e dei natvi americani da parte di nazioni che ambiscono a diventare imperi imponendosi con la brutalità della forza. Il governo Israeliano e il governo Americano pregano il proprio dio e si dicono dalla parte giusta, civilizzatrice che apporta bene e prosperità. Il premier Israeliano propone il nobel per la pace a Trump : vera pronografia che fa rabbrividere e raggela. La nostra chiesa cattolica emette flebili segnali senza passione. “Morto un papa se ne fa un altro” recita un detto… dov’è il nuovo papa? Sul balcone a leggere un flebile testo in italiano corretto..senza sporcarsi la candida meravigliosa veste.
    OH.. come vorrei che veramente Dio ci fosse a Gaza.

    Dio è sulla croce sanguinante con le vittime

  15. Avatar Elena
    Elena

    Grazie al professor Montanari per queste parole dirette, chiare, precise. In attesa che qualcun* prenda quella croce come in Mission e la alzi sopra la nostra ipocrisia e viltà. ❤️

  16. Avatar LAURA DONATI
    LAURA DONATI

    Ringrazio anch’io, come altri il prof. Montanari per il testo e le citazioni proposte. Credo interpreti la sofferenza e l’angoscia di tanti di noi. Non tutti possiamo far parte della Flotilla, ma tutti possiamo rafforzare la speranza che vacilla e pregare insieme. Gesù Cristo è a Gaza e noi con lui preghiamo il Padre insieme. Anch’io ho pensato che papa Leone potrebbe andare a Gaza… chissà… Intanto il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa e il suo omologo ortodosso han detto che non lasceranno Gaza sola, come pure il sacerdote e il personale della Parrocchia che Francesco chiamava!
    grazie ancora Laura

  17. Avatar Irene
    Irene

    Un testo profetico che ci aiuta a prendere consapevolezza dell’urgenza di una conversione a una speranza fattiva. Grazie

  18. Avatar Daniela Perdibon
    Daniela Perdibon

    Vere e profonde le parole di suor Giovanna che esprimono la sofferenza di quanti vorrebbero e non trovano il modo per essere vicino a Gaza. Credo che tutti i popoli -co mpreso Israele- vorrebbero urlare contro questo genocidio di cui siamo testimoni ogni ora del giorno. Non possiamo dire di non sapere ,di non credere che sia vero quello che vediamo quotidianamente. Condivido la parole di quanti stanno navigando verso Gaza e dicono stiamo facendo quello che dovrebbero fare i governi. I popoli le persone sono migliori dei loro governanti. Sarei felice di poter partecipare a qualunque iniziativa concreta che la Chiesa o la societa civile riuscirà ad organizzare

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