Nel genocidio di Gaza c’è una novità: da lontano i loro autori sanno tutto, ascoltano tutto, colpiscono come vogliono. Ce lo rivela il film. Anche la resistenza partigiana è finita?
Ho visto il film “Naza”. Pensavo che ne sarei rimasto impressionato. Impressionato dalla lucida determinazione degli addetti al massacro della popolazione palestinese, motivato con vere o presunte ragioni di sicurezza. Impressionato dall’enorme squilibrio tra la vulnerabilità di quella popolazione e la potenza bellica e tecnologica dell’esercito israeliano e dei suoi apparati. Impressionato specialmente dall’immane sofferenza prodotta a danno dei più deboli e inermi e dalla tragedia delle loro morti, dalla catena infinita dei lutti, dalla disperazione e dall’odio che ne scaturivano e si moltiplicavano (e si moltiplicano) giorno dopo giorno.
Ebbene, tutto questo mi ha impressionato, certo. Anche se il bombardamento quotidiano delle notizie sulle stragi causate in questa guerra (e in Ucraina e nelle decine di guerre più o meno dimenticate) rischia di favorire una triste assuefazione, quelle vicende continuano a turbarci e interrogarci: non soltanto sulle residue possibilità di porre fine a quei drammi, ma anche in prospettiva sul futuro dell’umanità.
Tuttavia c’è qualcos’altro, in ‘Naza’, che mi ha impressionato, e soprattutto sorpreso: perché forse mai come in questo documentario mi era apparso evidente e tremendo. Tutto ciò che vi accade è reso possibile da un piccolo oggetto che è ormai come una protesi irrinunciabile nelle nostre abitazioni e nelle nostre tasche. L’intelligence dell’IDF non si limita a seguire passo passo i suoi bersagli umani, ma ascolta e monitora le conversazioni tra le pareti domestiche. Ascolta la mamma che dice ai bambini “Tra poco il papà arriverà a casa”: e programma che mezz’ora dopo colpirà quel palazzo, non prima di avere puntualmente calcolato il numero delle vittime collaterali (inaza). Nei colloqui captati, alcune parole-chiave ‘allertano’ il sistema. Nelle ore successive, poi, vengono registrate altre conversazioni in cui i parenti del presunto terrorista confermano la sua morte e quella accidentale dei suoi vicini.
Questo dice molto sulle caratteristiche della guerra di Gaza. Ma dice molto di più – e se possibile di ancora più preoccupante e spaventoso – sui pericoli incombenti e sul nostro avvenire: e non solo per ciò che concerne i conflitti armati, ma in generale riguardo allo straordinario potere di controllo e sorveglianza che i governi (e i supermiliardari dei colossi del web) saranno sempre di più in grado di esercitare capillarmente e silenziosamente su tutti. Per ora ci sono arrivati gli israeliani (e ad uso interno, pare, i cinesi) ma altri seguiranno questa strada non appena il ‘progresso’ glielo consentirà. E difficilmente ci salveranno i ridicoli o farraginosi ‘regolamenti della privacy’.
Grazie al cielo, i partigiani non avevano in tasca un telefono. E non lo avevano gli innumerevoli eroi/personaggi che per millenni – nelle letterature di ogni continente – hanno contrastato il Potere avvalendosi dell’ombra e della clandestinità prima di venire alla luce. Se quell’ombra scompare (nel mondo della tracciabilità universale, deltotal controle degli algoritmi) una mutazione antropologica è alle porte.
“Vivere tra pareti di vetro è una virtù rivoluzionaria”, scriveva Walter Benjamin negli anni Trenta. Ma se imposta, può divenire il peggiore degli incubi.
Giovanni Pagliero (da “il foglio” mensile torinese)



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