LA CRISI ECOLOGICA

La supremazia bianca e il caldo che fa

Il cambiamento climatico distrugge la possibilità di un “altrove”: le conseguenze negative dei nostri comportamenti non possono più essere scaricate sugli altri

La Columbia Britannica, in Canada, è la mia terra e, ancora una volta, sta bruciando. Più di 100 incendi stavano divampando in tutta la provincia quando la Columbia Britannica ha dichiarato lo stato di emergenza.

Oltre confine, anche Washington e l’Oregon stanno bruciando mentre gli incendi si diffondono nell’Ovest americano. Dall’altra parte dell’Atlantico, gli incendi hanno devastato Francia, Spagna, Grecia, Croazia e Germania.

E nonostante tutto questo, gran parte del dibattito mainstream sul cambiamento climatico è inadeguato. Si parla tantissimo di emissioni di carbonio, ma quasi per niente di potere. E se vogliamo capire il potere che sta portando il pianeta a bruciare, alla fine dobbiamo parlare di supremazia bianca.

La supremazia bianca non è solo la convinzione che una razza sia superiore a un’altra. È un sistema di potere che determina chi ha un rapporto significativo con la terra, cui conta la conoscenza, a cosa serve la terra, chi ha il diritto di sfruttarla e quali vite e comunità possono essere sacrificate per assorbirne le conseguenze. È la logica che fa sì che la prosperità di alcuni dipenda dall’espropriazione, dallo sfruttamento e dalla sofferenza di altri.

Il grande trucco dell’Impero era che il beneficio potesse rimanere al centro mentre le conseguenze venivano spinte verso l’esterno.

La terra poteva essere sottratta da qualche altra parte, le foreste potevano essere abbattute da qualche altra parte, l’acqua poteva essere avvelenata da qualche altra parte, l’inquinamento poteva essere da qualche altra parte. Le persone che vivevano con quelle conseguenze potevano essere indigene, africane, colonizzate, vittime di razzismo, povere. Le loro terre potevano diventare zone di sacrificio affinché altrove ci si potesse sentire prosperi.

Questo sistema è reso moralmente possibile perché la supremazia bianca aveva già stabilito che alcune vite contano meno di altre e così le zone di sacrificio sono diventate parte della sua struttura.

Il cambiamento climatico sta mettendo a nudo i limiti fisici del sistema della supremazia bianca perché il clima non obbedisce allo stesso trucco geografico.

Non c’è NESSUN ALTRO LUOGO e la zona di sacrificio è ormai planetaria.

Perché il carbonio non rimane sopra la comunità che lo ha prodotto e il calore e il fumo non riconoscono alcun tipo di confine.

Il fuoco si muove attraverso terreni demaniali, proprietà private, territori indigeni, vigneti, foreste, sobborghi e località turistiche senza riconoscere le distinzioni che gli esseri umani hanno posto tra loro.

Un tempo il sistema poteva collocare la miniera e il fiume avvelenato da qualche altra parte, e le persone ammalate a causa dell’estrazione in un altro posto. Poteva persino collocare le conseguenze in un altro momento, con le generazioni future che diventavano un altro tipo di zona di sacrificio.

Il cambiamento climatico sta facendo crollare entrambi questi schemi e un mondo costruito sull’estrazione dei benefici mentre si spostano le conseguenze ha finalmente incontrato una conseguenza che non può essere spostata per sempre.

Non c’è nessun posto al di fuori del sistema dove il danno possa essere spedito per sempre, perché l’atmosfera non ha colonie.

La moralità che ha creato la crisi definisce ancora la risposta

E questa è la parte che dovrebbe essere molto più inquietante di quanto sembri.

Anche mentre l’idea dell’“altrove” crolla, la morale che l’ha creata rimane al comando e definisce la risposta.

Continuiamo a proteggere prima di tutto la crescita, l’estrazione e la redditività, e chiediamo alle foreste, alle comunità e al clima di “adattarsi”.

Secondo la logica della supremazia bianca, il sapere europeo veniva elevato a scienza, mentre quello indigeno veniva liquidato come folklore o superstizione. L’estrazione da parte delle aziende viene presentata come sviluppo economico, mentre vivere entro i limiti ecologici viene considerato arretratezza.

Quindi ci si aspetta che tutto si adatti all’idea che la crescita sia “ragionevole” e l’estrazione “necessaria”. Dobbiamo solo imparare a convivere con il fumo e diventare resilienti, proprio come fanno le foreste. Il governo ha bisogno di piani di evacuazione migliori e le città devono semplicemente prepararsi ad affrontare il caldo. In altre parole, dobbiamo solo adattarci all’economia, ma questa non deve rendere conto di ciò che ha fatto al mondo.

Ed è per questo che la supremazia bianca va intesa come qualcosa di più ampio del semplice razzismo. Ha normalizzato un mondo in cui si può sempre far pagare qualcun altro. Il razzismo palese è diventato meno accettabile pubblicamente, ma l’assetto di fondo rimane: la prosperità di alcuni può ancora dipendere dal trasferimento dei costi su altre persone e sulle loro terre.

Ed è proprio questo il nesso che troppi sono ancora riluttanti a cogliere, eppure è fondamentale: continuiamo a permettere che la morale che ha inventato la “zona di sacrificio” definisca ciò che è considerato ragionevole.

Una volta stabilito questo nesso, il cambiamento climatico smette di essere solo un problema ambientale che si può risolvere comprando un’auto elettrica o usando una tazza riutilizzabile. Diventa una questione di potere: a chi è stato storicamente permesso di prendere e chi è stato costretto a vivere con ciò che resta?

E quella stessa gerarchia si vede anche dopo lo scoppio dell’incendio, quando alcuni se ne vanno verso una seconda casa mentre altri dormono nei centri di evacuazione. Le conseguenze rimangono radicalmente inique perché la ricchezza continua a comprare mobilità, assicurazioni, sistemi di filtraggio dell’aria, attenzione politica e un altro posto dove dormire.

Le comunità con la minore responsabilità nella crisi climatica spesso rimangono tra quelle meno protette da essa. Alcune comunità hanno un’enorme influenza politica quando chiedono protezione, mentre altre hanno passato decenni a chiedere ai governi infrastrutture di base.

E le comunità indigene si ritrovano ripetutamente nella grottesca situazione di guardare i governi alle prese con paesaggi che i loro antenati sapevano curare, per poi essere invitate a tornare al tavolo delle trattative solo dopo che il sistema dominante ha fallito.

Molto prima che il cambiamento climatico diventasse un’emergenza annuale, i popoli indigeni di tutto il continente gestivano i paesaggi attraverso sofisticati sistemi di tutela, tra cui gli incendi culturali e quelli controllati.

Poi sono arrivati i governi coloniali, che hanno criminalizzato e screditato molte delle pratiche che avevano preservato quei paesaggi.

Questa è una delle assurdità centrali del colonialismo e una delle abitudini più radicate della supremazia bianca: sopprimere i sistemi di gestione del territorio perché consideri inferiori le persone che li hanno creati, sostituirli con i tuoi e poi affrontare una crisi di incendi boschivi aggravata da un’economia estrattiva, descrivendola semplicemente come un disastro naturale.

La supremazia bianca insegna a diffidare delle persone che sanno vivere in modo diverso, spezza il legame umano con la terra e poi si autoproclama autorità su come ripararlo. Finché non affronteremo la supremazia bianca come la logica che ha fatto passare il dominio per una governance responsabile, rimarremo intrappolati nel mondo in fiamme che essa stessa ha costruito.

4 risposte a “La supremazia bianca e il caldo che fa”

  1. Avatar Francesco Zanchini
    Francesco Zanchini

    Ancota la barbarie suprematista, ancora la pretesa di dettare legge alla natura e alla storia. Proiettata verso la mondializzazione fin dalla “Destruccion de las Indias” per mano degli encomenderos, si annunciò come intollerante di ogni limite fin dal linciaggio sulla piazza di città del Messico del primo vicerè che tentò di limitare le loro manifestazioni più dure e arbitrarie: mediante la solenne promulgazione nel Nuovo Mondo delle leggi di protezione dei nativi dalle misure di sfruttamento coloniale più aberranti (derecho de las Indias), dopo ampia riflessione adottate da un Carlo V convinto da Bartolomè de las Casas.

  2. Avatar Piera Locatelli
    Piera Locatelli

    Analisi perfetta, secondo me. Grazie

  3. Avatar Vincenzo
    Vincenzo

    condivido pienamente. grazie

  4. Avatar aristide bellacicco
    aristide bellacicco

    Forse sarebbe bene ricordarsi che la supremazia bianca ha estremamente accentuato i suoi caratteri di distruttività e iniquità coniugandosi storicamente col modo di produzione capitalistico: il più potente fra quelli susseguisiti sulla terra e, insieme, il più feroce. Il capitale ha prodotto e produce oppressione e miseria a un polo e un’impressionante ricchezza al polo opposto e, col venire al proscenio delle economie tipo BRICS, specialmente dopo la fine dell’URSS, il suo modo di produzione si è dilatato su scala mondiale. L’ambiente è la sua vittima sacrificale più importante; l’altra, non meno importante, è la cecità, ormai imperante, riguardo la natura storica del sistema di capitale e dunque la possibilità sempre operante di un suo superamento.

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